Ma l’Italia del calcio non può autoassolversi
No, questo non è terzo mondo del calcio. Questo è il calcio in tutte le lingue del mondo. E mente sapendo di mentire chi sostiene che l’inciviltà regna sovrana solo sull’altra faccia della Terra....
No, questo non è terzo mondo del calcio. Questo è il calcio in tutte le lingue del mondo. E mente sapendo di mentire chi sostiene che l’inciviltà regna sovrana solo sull’altra faccia della Terra. Magari fosse così, magari si potesse dar la colpa alla rivalità tribale di una finale di Copa Libertadores, la Champions sudamericana, fra due squadre della stessa città i cui tifosi si picchiano anche nei giorni senza sfide. Certo, c’è anche questo, c’è una rivalità esasperata e c’è una gestione dell’ordine pubblico da sergente Garcia, quello a cui Zorro con la spada disegnava la Z sulla pancia. Una gestione che preoccupa, perché il 30 novembre in Argentina saranno ospiti i leader dei 20 Paesi più industrializzati del mondo.
Ma, G20 a parte, il vero problema è che il calcio catalizza ovunque gli interessi della malavita che nei retrocurva imbastisce affari maleodoranti, spesso legandosi con il potere o diventandone strumento. Ed è anche lo sfogo del malcontento popolare: River contro Boca era ed è molto peggio di una finale di Champions Milan-Inter o Juve-Inter. Laggiù la rivalità va oltre il pallone ma è stato fatto di tutto per non gestire il contorno. E anche il “dopo” è stato in linea con le sassate al pullman della squadra ospite, con perizie di medici compiacenti sui giocatori feriti, con minacce di lunghe squalifiche per le squadre che non volevano giocare. Comunque vada l’hanno sputtanata questa finale (e anche il calcio), non a caso i giornali argentini hanno tutti lo stesso titolo: “Verguënza”, Vergogna. Chiunque alzerà la coppa non potrà gioire.
Ma guardare gli altri finire così in basso non è da spallucce, se qui da noi il presidente federale Gabriele Gravina ha appena dovuto invocare «l’applicazione rigorosa delle norme» contro il razzismo. Sì, perché sono tornati i cori contro Napoli anche in stadi dove il Napoli non gioca e allo Juventus Stadium, durante la sfida con la Spal, c’è chi ha pensato bene di regolare i conti anche con i fiorentini. Il presidente che invoca l’applicazione delle regole è l’implicita ammissione di un lassismo totale, perché questi cori (e quelli su Heysel o Superga) gli incaricati della Federcalcio fanno spesso finta di non sentirli. Al pari di allenatori e presidenti che strizzano gli occhi alla pancia del tifo, così come alcuni opinionisti tv che riducono i cori a “goliardia” nelle stesse arene dove gli stupri sono “rapporti non consenzienti”. Tutto ciò mentre Claudio Gavillucci, l’unico arbitro che ha avuto l’ardire di sospendere una sfida per cori razzisti, Sampdoria-Napoli dello scorso 13 maggio, da quel giorno è sparito dalla scena.
Da noi va meglio anche perché abbiamo una polizia migliore di quella argentina. Ma come possiamo autoassolverci se solo in questa stagione già 300 arbitri delle serie minori sono stati picchiati da giocatori, dirigenti o tifosi? Gli omicidi intorno agli stadi sono cronaca di pochi anni fa, gli stadi blindati una regola. Quell’Argentina di Boca-River è anche da noi, solo che vogliamo far finta di non saperlo. Il disastro Libertadores sarebbe una grande occasione per dare una mazzata alla feccia. Ma chi mina il calcio alle radici può stare tranquillo: anche stavolta non lo faremo. —
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