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Quando Cavicchi dominava l’Europa “Cesco”, il pugile contadino erede di Carnera

Marco Nagliati
Quando Cavicchi dominava l’Europa “Cesco”, il pugile contadino erede di Carnera

Mostra fotografica, libro e un documentario: Pieve di Cento ricorda il grande peso massimo che è scomparso nell’agosto scorso 

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la storia

Marco Nagliati

“Non si danno dieci pugni all'avversario se per vincere ne bastano otto”. Francesco “Cesco” Cavicchi soleva ripeterlo ogni volta che gli rinfacciavano la mancanza di grinta, cattiveria e veleno. Lui, figlio della terra, amava rispetto e pragmatismo: se posso vincere senza assecondare il “sangue e arena” lo faccio. Ottantanove incontri da professionista: settantuno vittorie (quarantacinque per ko), quattordici sconfitte (una per ko) e quattro pari. Beh, non malaccio per un boxeur che non era ritenuto un diamante per tecnica ed eloquio. Era un peso massimo, sulla ribalta da metà anni ’50 ai primi ’60. L’epopea ruggente del ring: “Cesco” all’apice della carriera conquistò il nono posto del ranking mondiale, subito dietro a icone planetarie quali Rocky Marciano e Archie Moore.

tutto ebbe inizio

Cavicchi è nato a Pieve di Cento il 12 maggio del 1928 e ci ha lasciati 90enne nell’agosto scorso. Domani il Comune di Pieve ha organizzato una serata evento al teatro Zeppilli (piazza Costa a Pieve, ore 20.45) con presentazione di un libro che ne ripercorre la vita. La gloria fu l’esplosione di una Santa Barbara, improvvisa anche se figlia di tanti piccoli petardi disseminati negli anni. Il 26 giugno del 1955 Cavicchi divenne campione europeo battendo il detentore tedesco Neuhaus allo stadio di Bologna davanti a 65.000 spettatori. Un delirio. Il “pugile contadino” piegò il birraio di Dortmund. Eh già, Cavicchi era tutt’uno con la campagna. La coltivava. Conosceva la fatica del lavoro nei campi e quanto guadagnava con la boxe investiva in attrezzature agricole oppure acquistando mucche e maiali. Era un colosso che sbucò nel momento giusto. L’Italia era alla spasmodica ricerca di un peso massimo che diventasse l’erede del friulano Primo Carnera (“la montagna che cammina”). Spunta “Cesco”, duro e puro: fisico poderoso, nel 1949 vince a Roma il torneo dilettanti “Gran campione”. Nel ’51 è campione nazionale ed entra in Nazionale. Ma non sfonda, gli manca l’ultimo colpo. La ferocia. Viene escluso dal team che parteciperà alle Olimpiadi di Helsinki. Cavicchi ruggisce e passa al professionismo. E nel 1953, dopo venti match da pro, apre la scatola magica. Batte il ferrarese Uber Bacilieri in un derby che infiamma: ottiene la cintura tricolore. Per il popolo è nata la “grande speranza” italiana. Tutto ha inizio.

derby e pressione

Dopo il ruvido confronto dal sapore di casa, Cavicchi decolla. Messo alle corde Bacilieri, al pievese si allargano gli orizzonti. Le aspettative sono enormi, mediaticamente gli chiedono risposte che Francesco non sa o vuole dare. Lui ama la quiete del frutteto, altroché i salotti buoni e i pasticcini. La folla brama guerra, “Cesco” non deroga dagli otto pugni se bastano. E poi, il bagliore all’improvviso... Il talentuoso tedesco Heinz Neuhaus vuole una chance iridata, per dare l’ultima spinta alla carriera cosa meglio di un match con un Cavicchi in rampa di lancio? E match sia. Bologna si candida, un oceano ad assistere. Sono quindici round di ansia e sofferenza, intelligenza e forza. Ai punti vince Francesco. Torna a Pieve di Cento su un’auto scoperta tra coriandoli e trombe che neanche nella 5th Avenue. Nulla sarà più come prima, neppure Cavicchi che srotola sei anni in chiaroscuro. Cade, si rialza. Perde (addio all’europeo il 30 settembre ’56 contro lo svedese Johansson), si riscatta. Sempre amato dai suoi concittadini. Fedele a se stesso. Dopo due decenni vissuti in vetrina, il sipario si abbassa. Cavicchi si accomoda in penombra. Non è vero che non amasse il pugilato, semplicemente «sono tornato a fare il contadino. E mi piace tanto». —

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