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Martinelli, fasti azzurri e duro lavoro in palestra «Sono sempre emozioni»

Sergio Armanino
Martinelli, fasti azzurri e duro lavoro in palestra «Sono sempre emozioni»

Il coach della 4 Torri fra presente e un tuffo nel suo glorioso passato Con l’Italia campione del mondo nel 1990 ha ricevuto il collare d’oro 

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L’INTERVISTA

Un passato glorioso, lontano ma che torna, e un futuro che ha radici nel presente e non pare semplice. Alla vigilia di Natale per Marco Martinelli il menù è ricco. Da qualche giorno il coach della 4 Torri ha un trofeo in più nella sua bacheca: il collare d’oro al valore sportivo. Il Coni ha consegnato a lui, e ai ragazzi che vestirono l’azzurro nel 1990 (e non solo) la massima onorificenza per aver vinto in quell’anno il campionato del mondo, in un’indimenticabile finale con Cuba (3-1), ma anche dopo aver battuto in semifinale al tie break il Brasile, che ospitava la rassegna iridata. Fu l’inizio di quel ciclo chiamato “generazione di fenomeni” guidato da Julio Velasco.

Cavaliere del collare d’oro: che effeto fa?

«Fa molto piacere, primo perché è stata sanata con un premio una vittoria che prima non prevedeva quel riconoscimento e la volontà del Coni è stato farlo, piano piano ogni anno. Quest’anno è toccato a noi, ai tennisti della Coppa Davis con Panatta e gli altri... Sono cerimonie che vedevo da bambino in tv e premi che vanno a chi lascia il segno nello sport italiano. C’erano anche Yuri Chechi, la moglie di Pietro Mennea che lo ha ritirato alla memoria... La sensazione è stata di far parte di una cosa importante, legata al passato ma vissuta al presente: erano premiate le persone che hanno vinto le Olimpiadi in Corea piuttosto che i mondiali in altre parti del mondo. Poi, è stato bello ritrovarsi».

Nostalgia?

«No, è un periodo vissuto, ho bei ricordi. Nostalgia perché ero molto più giovane, avevo molta più vita davanti e meno pensieri! Ho dei bei ricordi di quel periodo».

Manca quella pallavolo?

«Per uno che l’ha vissuta per 20 anni, un po’ sì. Ero abituato a confrontarmi con i migliori e lo stimolo è maggiore. Ora la vivo in altro modo, da allenatore, ma non di quel livello. Però, le partite di un certo peso, viaggiare come si faceva con la Nazionale, quello mi manca. Ora mi piace stare in palestra con i ragazzi che alleno, la vivo intensamente, ma quella era una cosa molto più emozionante, eravamo circondati da tanta gente e lì ti accorgi che è un’altra cosa. Quest’anno eravamo ospiti a Firenze per il corso allenatori durante il mondiale: essere in un palazzetto con 11, 12, 13mila persone, beh, è un’altra cosa, ti fanno percepire l’amore di un Paese intero per quella squadra, poi l’emozione dell’inno, della maglia...».

Scendiamo sulla terra e parliamo di 4 Torri?

«L’ultimo inciampo è stata colpa mia, ho voluto dare spazio e occasione anche a chi gioca meno, ma era giusto fare così, far vivere anche a loro la responsabilità. Questo comporta dei rischi e abbiamo perso un punto, ma magari acquisito un po’ di consapevolezza che non si può prendere sotto gamba nessuno: se giochiamo come sappiamo fare, possiamo mettere in difficoltà tutti, ma anche essere messi in difficoltà da tutti se non lo facciamo, e questo è il prezzo di avere molti giovani in campo. Con l’esperienza te la puoi cavare anche senza giocare benissimo, senza prendersi rischi: i giovani sono belli anche per questo, si complicano le cose da soli, ma ne escono anche in maniera inaspettata. Ovvio che di strada ne devono fare tutti. —

Sergio Armanino

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