Ancelotti torna a San Siro e ritrova l’amico Rino Milan-Napoli: è amarcord
I due tecnici legati da una profonda amicizia rivali in campo Dopo i trionfi in rossonero domani sarà un tuffo nel passato
Difficile immaginare due profili più diversi: da una parte Carletto il pacioso, quello che una volta accusavano di essere troppo buono con i giocatori per poter vincere, in una visione militaresca del calcio dura a morire e ancora così cieca da scambiare il dialogo per debolezza; dall’altra semplicemente Ringhio, un soprannome che è tutto un programma; da una parte un maestro della sdrammatizzazione, dall’altra uno che - Paolo Maldini dixit - «non lo vedrete mai tranquillo». Opposti che si attraggono: Nord e Sud, bonarietà contadina e furia nevrile, sopracciglio alzato e denti digrignati. Eppure i due, Carlo Ancelotti da Reggiolo e Gennaro Ivan Gattuso da Corigliano Calabro, si sono sempre presi alla grande: Carlo considerato un secondo padre da Rino, Rino un imprescindibile per Carlo. Domani, nella notte del ritorno dell’attuale tecnico del Napoli a San Siro come avversario del Milan a dieci anni dall’addio, l’incrocio tra l’allenatore dei trionfi europei e il suo erede sulla panchina rossonera è il più suggestivo. In campo, Gattuso era per Ancelotti quello che Ancelotti era stato per Sacchi: in mezzo a fiumi di talento, Rino correva per tutti. La magia era nei piedi dei palloni d’oro, ma quel Milan che dominò l’Europa viveva al ritmo del cuore di Ringhio. I più ricordano i gol di Kakà o Shevchenko, ma quando domani sera padre e figlioccio si abbracceranno dentro San Siro nei loro occhi rivedranno Rino che strozza Carlo nella notte di Milan-Ajax facendogli quasi deglutire la sigaretta e rivedranno il faccione del mister stretto nel furore maleducato di Gattuso, che lo shakerava per festeggiare la terza finale in 5 anni, al termine del perfect game contro il Manchester del 2 maggio 2007. Erano avvolti nel pregiudizio, quando le loro avventure si incrociarono a Milanello. Ancelotti era quello dei due scudetti persi alla Juve, era quello, appunto, troppo buono; Gattuso era il medianaccio sgraziato. Pregiudizi, appunto: perché nel pallone - e non solo - non si vince solo alzando la voce e perché se fosse vero che si può fare la carriera di Gattuso sapendo solo correre, allora basterebbe mettere un fondista a centrocampo.
L’uno deve rivedere nell’altro molto di sé: le corse dietro a tutti gli avversari sul campo, certo; e anche la tenacia dei ragazzi di provincia arrivati così in alto che più in alto, calcisticamente, non si può (l’uno sfidando ginocchia fragilissime e l’altro lasciando casa a 12 anni e l’Italia a 18); ma forse, e più nella sostanza, si sono sentiti a vicenda padre e figlioccio perché alla fine a tutti e due non è mai venuto in mente di recitare copioni, in un mondo tanto stereotipato come quello del pallone. E così uno è diventato grande a forza di battute e pane e salame, conquistando la fiducia dei palloni d’oro e dell’ultimo dei tifosi parlando la stessa lingua a tutti; e l’altro ce l’ha fatta ringhiando a destra e a manca. E vedrete che domani quando Carletto e Ringhio si abbracceranno a bordocampo strapperanno l’ennesimo sorriso a tutti: milanisti e napoletani, avversari e agnostici del pallone. Miracolo di chi gioca a viso aperto, in campo e fuori. —
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