«Lasciati i privilegi della dittatura mi ha salvato la pallacanestro»
Coach Leka a cuore aperto: dal regime albanese all’arrivo a Pesaro Era play da coppa Campioni, scelse di lavorare in una ferramenta
l’intervista
Leka, come entra il basket nel suo mondo?
«Ai tempi del regime, metà anni ’70. Avevo dieci anni e vennero create le scuole sportive: ogni istituto venne associato ad un club. Calcio, volley, basket... Scelsi la pallacanestro ed entrai nel Partizan. Tre giorni di allenamento al mattino, tre al pomeriggio. Io entrai anche in un’altra squadra per andare in palestra nei tre pomeriggi mancanti. Giocavo tutti i giorni. La passione era come una malattia».
E diventa un vincente.
«A 14 anni giocavo nell’Under 18. Ero un bambino ma credevano in me. Arrivò subito un titolo Juniores. A 16 anni e mezzo ero già in prima squadra».
Ha vinto sette titoli d’Albania.
«Già, abbiamo conquistato tutto. Nell’83 è iniziata la grande avventura in coppa Campioni. Passammo il primo turno, sfidammo la Roma di Larry Wright. Entrai nel giro della Nazionale, sfidavamo la Jugoslavia unita dei mostri sacri».
Com’era la vita a Tirana?
«Ero un professionista non dichiarato. Giocavo playmaker nel Partizan: la squadra espressione del Ministero della Difesa. Un privilegiato in un contesto di dittatura. Vivevamo in una realtà inimmaginabile, ogni trasferta era fonte di terrore per i controlli. Gli interrogatori. La dogana... L’impossibilità di avere rapporti con il mondo esterno. Per questo, tra l’altro, non ho mai potuto andare a giocare in una squadra estera».
Suo nonno lasciò tutto...
«Nel 1916 emigrò in Usa, lasciando la famiglia in Albania. Visse a Detroit fino al 1966, quando tornò a Tirana. Crollato il muro di Berlino, papà e zio ottennero la cittadinanza statunitense».
Lei, invece, sognava l’Italia.
«Siamo nel 1988, col Partizan giochiamo a Pesaro contro la Scavolini per la coppa Campioni. Parlo con Andrea Gracis (leader dei marchigiani; ndr) restiamo in contatto. Mi invita in vacanza, ottengo il permesso e vado con mia moglie. Scatta la molla».
L’anno dopo crolla il muro di Berlino, la cortina di ferro frana. Le barriere scompaiono.
«Potevo andare negli States, invece scelgo Pesaro perché posso anche fare un’esperienza di vita grazie al basket».
Quanto è stata dura?
«In Albania ero un personaggio, in Italia l’ultimo arrivato. Non conoscevo la lingua, mi trovano un lavoro in ferramenta. Testa bassa e lavorare. In due anni divento capo magazziniere e comprendo pure il dialetto».
Sua moglie Rudina?
«Al mio fianco. Straordinaria. È figlia di un comandante dell’aeronautica albanese, suo padre pilotava i Mig 21. Anche lei godeva di molti privilegi: la venivano a prendere auto ministeriali con autista. Ha rinunciato a tutto per venire con me. Ha trovato un lavoro, s’è data da fare. Senza mia moglie sarebbe stato impossibile. Un inizio terribile».
Sua figlia Cindy vive e studia a New York, significa che avete compiuto la missione.
«Abbiamo una casa, lei vive lì da quattro anni. È nata a Pesaro ed ha 24 anni: studia business alla Baruch College di Manhattan. Credo che rimarrà a vivere negli States».
Torniamo a lei, agli anni del coraggio. Lavora in una ferramenta, ma il basket...
«Rimane punto centrale. Frequento tutti i corsi federali, mi tengo sempre aggiornato. Nel 2004 ottengo il patentino di coach nazionale. Intanto alleno nelle “minors”. Arrivano titoli e promozioni con Fano, Morciano, San Marino. Nel 2009 mi chiama Pesaro per allenare i giovani. Nel 2013 divento assistente della prima squadra».
Finalmente può ufficialmente vivere di pallacanestro.
«In effetti inizia un percorso professionale. Entro in una vera e propria Università. Era però la Pesaro dei sacrifici: budget tra i più bassi della A. Stagioni da trincea: fare miracoli con risorse che non hai. Quell’anno coach è Dell’Agnello».
La stagione successiva...
«Coach Bucchi ha incomprensioni con la dirigenza e si dimette. Mancano nove giornate e siamo ultimi. Mi affidano la squadra. Un gruppo a pezzi, diviso. Chiedo a tutti di compattarsi, di provarci fino in fondo. A Varese perdiamo di un niente, viene a Pesaro la rivale diretta Cremona e ci batte. Noi siamo orribili. Tocchiamo il fondo. Andiamo in ritiro, poi gara a Brindisi: sotto di 15 punti a 6’40” dalla fine. Vinciamo di un punto all’overtime. Lì prendiamo il volo. Alla penultima giornata ospitiamo Milano e vinciamo, mentre Cremona perde e retrocede. Apoteosi. Con 7.000 tifosi sul parquet ad acclamarci».
Le va meno bene l’anno dopo.
«La squadra venne costruita con condizioni rischiose, lo sapevo. Però mi dissi: quando mai mi ricapiterà di essere capo allenatore in A? Mi hanno esonerato a sette turni dalla fine, ma eravamo instradati verso la salvezza».
Chi l’ha ispirata in panchina?
«Sono influenzato dalla scuola italiana. Quindi Ettore Messina che ho seguito molto quando era a Treviso e Sergio Scariolo che mi ha invitato quando era a Malaga. Ma sono aperto a tutto. Al Kleb Ferrara dobbiamo risolvere le cose da squadra. Le magie non si fanno». —
M.Na.
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