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Buffon all’assalto della coppa «Io in campo fino a 80 anni»

dall’inviato
Buffon all’assalto della coppa «Io in campo fino a 80 anni»

Stasera nel Psg contro lo United di Pogba: «È un ometto di personalità. Quando guardo la Juve soffro, vorrei aiutarla»

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Paolo Brusorio

saint germain-en-laye. L’ultima e unica volta di Gigi Buffon a Old Trafford in una gara ufficiale è la finale di Champions nel 2003 persa contro il Milan. Da questo stadio stasera riparte la corsa alla coppa del portiere dei portieri. Andata degli ottavi contro lo United, sulle spalle di Gigi la maglia numero uno del Paris Saint Germain.

Se con la Juventus era un’ossessione, qui che cos’è la Champions?

«Un giorno a carriera finita vi racconterò davvero il mio rapporto con questo torneo. Di sicuro non è mai stata un’ossessione, ma una grande fortuna: quella di poter giocare a un livello che non ha eguali. Certo, alla Juve le pressioni erano diverse e questa aspettativa non ti mollava per tutta la stagione. Al Psg è un obiettivo molto importante ma qui riescono a viverla diversamente».

Che partita sarà stasera?

«Tosta ed equilibrata. Al momento del sorteggio avrei detto 80 possibilità per noi e 20 per loro. Ora stiamo a pari, noi siamo senza Neymar e loro dopo il cambio di allenatore hanno infilato una serie incredibile di vittorie».

Possibile che Pogba giocasse così male solo a causa di Mourinho?

«Non ho mai creduto ai calciatori che remano contro l’allenatore. È più una questione di empatia, l’ho provato anche io in carriera. Paul ora è consacrato, era un ragazzo adesso è un “ometto” con personalità ben spiccata. È il punto di riferimento del Manchester».

È al Psg da 8 mesi. Cos’ha capito di questo nuovo mondo?

«Mamma mia, già così tanti. Sono volati. Sto vivendo un’esperienza molto bella, riprogrammarsi con l’entusiasmo che ci ho messo io ti regala molto. Ti migliora.Mi sono tolto dopo 40 anni da una zona di comfort e rimesso in gioco in campo e nella vita. Magari la gente manco ci crede o pensa che sia una cavolata, ma per me il solo capire una nuova lingua e provare a parlarla mi fa evolvere, mi allarga la mente».

Alla Juventus storia, tradizione e vittorie. Ora che ne è protagonista, ci spiega che tipo di club è il Psg?

«È una società in cui si è compreso perfettamente che per essere considerati grandi si doveva dare spazio anche all’immagine. Quindi, oltre all’aspetto tecnico che resta fondamentale, si è data attenzione anche a quanto poteva intrigare l’opinione pubblica mondiale e gli sponsor. In questo senso il Psg lavora sulla propria immagine come nessun altro club al mondo. Poi non bisogna mai dimenticare che si tratta di una società con una proprietà nuova e solida da soli 8 anni. Poco per volta si sta costruendo qualcosa di importante».

Per questo hanno scelto Buffon?

«Immagino l’abbiano fatto perché mettessi a disposizione tutto ciò che ho imparato in club unico come la Juve».

E che cosa ha portato?

«Quando entri in un mondo nuovo devi avere l’umiltà di capire che tutto quello che hai vissuto fin lì, anche se è stata la migliore esperienza del mondo, non deve essere imposto. Devi avere pazienza e tolleranza. Oppure sembri un despota, i più giovani per un po’ ti seguono e poi ti mandano a quel paese».

Otto mesi sono sufficienti per Buffon parigino?

«Sì, mi sono scoperto a fare l’escursionista. Sono innamorato di place de Vosges e del Marais, potrei vivere lì tutta la vita».

Ha sempre avuto un concetto molto alto di Patria. Lo ritrova nei francesi?

«Sì. Poi ci sono momenti in cui anche loro sparano fango sui chi li governa, ma siamo simili».

Gilet gialli, migranti: tra Italia e Francia è scontro totale. Visto da Parigi, sta cambiando il rapporto tra noi e loro?

«Di fondo, direi di no. Noi restiamo più sanguigni, magari ci scanniamo per una partita di calcio mentre loro vanno in piazza per cose che sentono più importanti».

Gli italiani sono francesi di buon umore: lo diceva Cocteau, è d’accordo?

«Sì. E lo dimostra l’accoglienza che ho avuto, affetto e stima senza precedenti. Mi hanno commosso. La verità è che noi siamo l’estensione della Francia e la Francia lo è dell’Italia».

Che sensazioni prova quando vede giocare la Juve?

«Mi sento un vecchio amico, ci vorremo bene per sempre. Anche il fatto di essersi separati non ha provocato polemiche, c’è grande rispetto e stima. Ho visto il secondo tempo della partita di coppa con l’Atalanta, avrei voluto essere lì per dare una mano».

Ronaldo: si aspettava questo impatto?

«Sì. Ha dato linfa nuova a tutto l’ambiente. Il pres è stato bravo a capire come ci fosse bisogno di una scintilla per riaccendere l’entusiasmo».

Atletico Madrid-Juve che partita sarà?

«Se c’è una squadra dura da battere è proprio l’Atletico, ma questa Juve non deve avere paura di nessuno».

Neymar e Mbappé in quale categoria stanno?

«Sono fuoriclasse. Ney è un talento inarrivabile, se non lo conosci può anche non suscitare simpatia. Invece è un ragazzo persino timido, molto altruista. Ha un lato umano che chi è tifoso non vede. E mi chiedo come non abbia ancora vinto il Pallone d’oro, talenti come il suo ne ho visti pochi. Vale Messi e Cr7».

Mbappé invece?

«Ha un entusiasmo e un talento devastanti, è sempre sorridente. Ma deve ancora crescere, se vuole essere il migliore al mondo per i prossimi dieci anni deve tener presente che non lo si diventa solo per le doti naturali».

Verratti: noi non l’abbiamo ancora capito. Ci aiuta?

«In Italia non lo capiamo perché è di difficile collocazione. Non so dove, ma uno come lui deve sempre giocare. Ha personalità, strafottenza e tecnica per inventarsi ogni tipo di colpo. Ha qualcosa in più degli altri».

Il suo arrivo gli ha dato equilibrio?

«Non gli serve, se glielo dai si ammoscia. Cerco di trasmettergli serenità e convinzione».

La Nazionale sta uscendo dal buio?

«Il processo di sofferenza è terminato, siamo in una sorta di rinascimento che spero verrà suffragato dai risultati. L’Italia sta tornando a dare zampate. Zaniolo, Barella, Verratti, Chiesa che ora segna con continuità, Gigio che sta crescendo bene. E poi Chiello e Leo».

Cosa c’è nel suo futuro?

«A 41 anni non ho smesso di sognare. E quando sogni è bello vedersi in tante situazioni diverse. Ho bisogno di entusiasmo, l’anno scorso pensavo di smettere e mi ha creato troppa negatività. Per questo io sogno di stare sul campo fino a 80 anni, il nonno in porta con il bastone e con la maglia numero 1. E al tempo stesso immagino che tutto possa finire domani. Non mi pongo limiti, ma so che il conto arriverà».

Vialli capo delegazione azzurra: le piace l’idea?

«Sarebbe bellissimo. Quello di cui ha bisogno l’Italia per risollevarsi anche dal punto di vista manageriale».

Siamo rimasti tutti scioccati dalla sua malattia: perché abbiano la tendenza a credervi invulnerabili?

«Perché alla fine rappresentiamo la figura dell’eroe americano, i sogni e le emozioni della gente. Se manchi tu la gente sente morire il suo sogno. Lo capisco, anche io l’ho vissuto. Sapere che il mio eroe non sta bene mi condiziona e mi disillude». —

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