Quando l’Italia diventa leggenda negli sport sacri degli altri
Da Novella Calligaris alla finale Vinci-Pennetta, da Benvenuti a Mennea i racconti dei trionfi che hanno sconfitto anche la parola “impossibile”
LE STORIE
STEFANO TAMBURINI
Sì, in quei giorni è stato più bello essere italiani. Perché abbiamo dipinto d’azzurro cieli già pronti per feste di altri colori e abbiamo fatto ascoltare l’inno di Mameli dove non avrebbero mai pensato di sentirlo. Non c’è solo la staffetta dello sci di fondo a Lillehammer, in Norvegia: l’azzurro ha saputo spesso farsi leggenda nei luoghi sacri e negli sport degli altri. La prima volta dell’era moderna capitò con il nuoto, nel 1973 alla prima edizione dei Mondiali, a Belgrado. Non eravamo ancora quelli di Fioravanti, Rosolino e Pellegrini. Gente di mare sì ma quelli forti erano altri. Invece negli 800 una ragazzina padovana di 18 anni, Novella Calligaris, si lasciò alle spalle anche le tedesche della Ddr, che solo dopo si saprà quanto fossero gonfie di doping. L’anno prima, alle Olimpiadi di Monaco, aveva conquistato un argento e due bronzi. Lei, così piccola e apparentemente fragile, per battere quelle donne quasi uomini stabilì il primato mondiale.
Bello e impensabile come i record di Livio Berruti e Pietro Mennea sui 200 metri, specialità dove per un bianco è già molto un posto nelle grandi finali. Il primo arrivò alle Olimpiadi di Roma del 1960 (20”62), il secondo alle Universiadi di Città del Messico del 1979 (19”72). Quello di Mennea ha resistito 17 anni, record nel record. Il grande Muhammad Ali incontrò Pietro in California poco tempo dopo. Glielo presentarono: «È l’uomo più veloce del mondo». Dialogo da film. Ali: «Ma come, non sei nero?». Pietro: «Dentro sono più nero di te».
Gloria sportivamente eterna può arrivare anche in un’amichevole come quella fra la nazionale di basket e il Dream Team. Era il 3 agosto del 2004, l’Italia scese in campo a Colonia contro gli Usa in vista delle Olimpiadi di Atene, con gli azzurri sconfitti in finale dall’Argentina e gli americani solo terzi. Prima della sfida contro LeBron James, Tim Duncan e Dwyane Wade i nostri scommettevano fra loro di quanto avrebbero perso. E invece il magico gruppo di Charlie Recalcati, con lo show di Gianmarco Pozzecco, Gianluca Basile e Gek Galanda ci regalò un immenso 95-78. Le parole di Pozzecco dicono tutto: «Se avessimo giocato a calcio, avremmo battuto anche Pelé e Garrincha: sembravamo Rocky contro Ivan Drago».
E a proposito di pugilato l’italiano che vince al Madison Square Garden non è solo roba da film. È accaduto davvero, il 17 aprile 1967: Nino Benvenuti contende a Emile Griffith il Mondiale dei medi. E vince: «Prima del match in città a ogni metro c’era un italiano. Tutti mi facevano capire che la mia vittoria sarebbe stata la loro».
Un antipasto ideale della finalissima tutta italiana degli Us Open 2015 di tennis sui campi in cemento di Flushing Meadows a New York. Flavia Pennetta batte Roberta Vinci e poi dice «adesso posso anche ritirarmi». La rivale sorride comunque: in semifinale ha spento il sogno di Serena Williams di realizzare il grande slam. Tribune gremite e imponenti, tifo contro fino alla clamorosa standing ovation dopo uno spettacolare punto ottenuto a rete. Roberta urla sbracciandosi verso il pubblico: «Applaudite anche me!».
Già, funziona così. A Colonia i tedeschi all’inizio cantavano “iu es ei, iu es ei”, alla fine era tripudio per gli azzurri. Così come a New York, a Lillehammer e ovunque un azzurro abbia cambiato i colori della leggenda. —
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