Velenose con calzettoni come parigine Poesia e onestà nel rugby di casa Cus
Nel maggio di dieci anni fa negli impianti di via Gramicia iniziò un viaggio difficile ma che ha saputo regalare mille emozioni
la ricorrenza
E’ il 12 maggio 2009 quando, negli impianti cussini, un gruppo di ragazze si ritrova per il primo allenamento della costituenda squadra femminile di rugby. Negli anni ’80 c’era stato un altro timido tentativo, ma questo gruppo stavolta riuscirà dove altre avevano fallito. Da allora sono passati dieci anni e chi l’avrebbe detto che oggi saremmo stati qui a festeggiare un compleanno importante, aspettando i playoff scudetto col Cus protagonista. Una cosa impensabile allora, quando agli ordini di Luca Rizzati - detto “Veleno” - e con la collaborazione dirigenziale di Carlo Ozzarini le ragazze, poi conosciute come “Velenose”, iniziarono a muovere i primi passi.
le pioniere
Nella squadra di oggi, delle pioniere di quel pomeriggio c’è solo Giada Ozzarini, che continua a giocare con immutata passione, e Manjola Kolndrekaj oggi dirigente. Giulia Castaldini, altra veterana, arrivò poco dopo, a giugno, ma fece comunque la stagione. Così come Silvia Telloli.
Dieci anni di gioie e dolori non solo sportivi, con l’escalation tecnica che porta al 4º posto in Coppa Italia Seven prima e all’ingresso nel rugby a 15 con il primo storico successo ufficiale sul Bologna battuto 27-5. Poi la serie A, la tournèe in Inghilterra come prima squadra italiana femminile a passare la Manica, un servizio per Donna Moderna e un paio di calendari che sanciranno – semmai ce ne fosse bisogno – che le donne possono fare tutto. Arriva l’azzurro di categoria per qualche giovane, ma arriva anche la nera signora a portare via troppo presto Beatrice Manes: Velenosa della prima era. A lei, a Titti, è dedicato da anni un Memorial assai sentito in casa Cus Ferrara.
sogni divisi
Da due stagioni Ferrara divide i sogni con Badia e la squadra, rinominata “Fedia”, è lì a bussare ai piani alti della categoria. «Quello che non è mai cambiato in questi dieci anni - ricorda Silvia Telloli - è che chi è stata “Velenosa” si è sentita parte di una squadra. Il rugby ha questo potere: ciò che condividi è uno sport talmente onesto e lineare nella sua complessità che ti obbliga a dire agli altri chi sei. Con una tale sincerità chi ci gioca non può che essere squadra: non c’è spazio per fingersi chi non si è. Ma allo stesso tempo c’è spazio per tutte: la veloce, la potente, la stangona, la piccoletta, la ragazzina e la madre di famiglia... Tutte sono alla pari sul campo».
«C’è chi placca e chi viene placcata - aggiunge la Telloli - e domani i ruoli potrebbero invertirsi: è questo il sale e l’onestà del gioco. Vince sempre chi si dà di più. Comunque dieci anni dopo che “Veleno” ha tirato giù dagli spalti amiche, sorelle e fidanzate dei rugbisti, siamo ancora qui a cercare di migliorarci e se guardiamo indietro lo facciamo con tenerezza e orgoglio. Eravamo un gruppetto di ragazze e donne che per la maggior parte metteva i calzettoni come fossero parigine ma giorno dopo giorno, o meglio anno dopo anno, siamo riuscite a capire le regole di uno degli sport più complessi che esistano».
Il cammino è stato lungo... «Abbiamo partecipato a campionati minori poi alla serie A perdendo sempre, ma mollando mai - spiega Silvia -. Poi qualche anno di difficoltà ci ha fatto fare un passo indietro, ma sicuramente l’abbiamo presa come una rincorsa per fare un salto che faceva paura a tutti ma che ci meritavamo di fare. Ferrara è una piccola città, forse stiamo ancora combattendo con i pregiudizi che alle donne possa essere precluso qualcosa per il solo fatto di essere donne».
Nuove leve
« Spero di no, comunque trovare nuove leve per sostituire le vecchie glorie è sempre molto difficile. Sta di fatto che, in pochissimo tempo, il gruppo di donne con i tacchetti era diventato un gruppo di agoniste. Gli innesti sono sempre stati tanti ma non abbastanza da permettere di giocare con serenità un campionato di serie A: benché il nostro esordio in categoria avvenne mettendo in campo solamente atlete che abitavano a Ferrara».
«Il salto che ci ha spaventato molto è stato quello di unirci a una squadra di un’altra città che voleva fare quello che volevamo fare noi: giocare in serie A. Dopo un primo esperimento con Forlì con alla guida Andrea Fabbri, che è sempre stato un sostenitore del rugby femminile, abbiamo fatto un secondo esperimento con la più vicina Badia Polesine. Appena 40’ di strada, dialetto diversissimo e gente mai vista, ma la scintilla negli occhi del solito “Veleno” ci ha fatto pensare che bisognasse tentare ancora».
il progetto
«Questo progetto ha dello straordinario: due squadre, due campi, due di tutto, ma un unico ideale che ci unisce: il rugby. La paura di questa avventura mi ha abbandonata quando ho visto due gruppi dai 14 ai 34 anni, completamente diversi, miscelarsi in modo da non rendere possibile il riconoscimento del colore della maglia di provenienza».
«Queste ragazze sono delle vere agoniste - spiega la Telloli, ora team manager -: si allenano insieme a Ferrara e a Badia con grandi sacrifici. Dietro a tutto ciò una grossa organizzazione ma i risultati parlano chiaro. Seconde in campionato, che è il miglior piazzamento di sempre con 3 sconfitte e 1 pareggio su 16 partite. Playoff scudetto conquistati e accesso girone Elìte del prossimo anno. Festeggiando i dieci anni di vita della squadra voglio ringraziare tutti i tecnici che oltre ad allenare hanno voluto bene a questo gruppo, tutti i dirigenti e tutte le 127 Velenose che sono scese in campo negli anni». —
Dario Cavaliere
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