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L’ultimo applauso per il “Tigre” Bozzao Lo ha accompagnato il profumo dell’erba

Paolo Negri
L’ultimo applauso per il “Tigre” Bozzao Lo ha accompagnato il profumo dell’erba

Grande folla ieri all’Addolorata, di fianco allo stadio, per i funerali del mitico ex difensore e poi allenatore biancazzurro 

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l’omaggio

Il profumo dell’erba, quel caratteristico odore della terra umida e calpestata, non arriva fino al piazzale di cemento. Non supera lo stretto e adiacente budello d’asfalto di corso Piave. Eppure, lo si percepisce idealmente, invade - inebriante - le narici.

l’arrivo

Ci piace immaginare - di più, credere - che in qualche modo gli effluvi della pelouse del “Paolo Mazza”, così prossima, siano arrivati ancora una volta a Gianfranco Bozzao. È stato per questo, anche e soprattutto per questo, che la famiglia ha voluto che l’ultimo saluto al sempiterno Tigre avvenisse lì, nella chiesa dell’Addolorata, a meno di due passi dallo stadio che ha visto le gesta del grande terzino sinistro della Spal, un mito in campo per poco meno di una decade, tra i ’50 ed i favolosi ’60. Un’icona, poi, anche come allenatore. Anzi, come professore di calcio, perchè tale era.

Quella chiesa, una volta narrata dal cronista che vi si rifugiò per scampare all’ira dei tifosi biancazzurri dopo i tre rigori contro fischiati da Concetto Lo Bello nel febbraio del 1967, nella gara con il Napoli (e Bozzao era in campo), ieri è stata la casa dell’ultimo saluto al Bozza, scomparso venerdì scorso, a 82 anni. Lui, uno dei pezzi più importanti della storia della Spal. La salma è giunta alle 15.15, al quarto d’ora del primo tempo di un’immaginaria partita. Gianfranco, con la straordinaria maglia a righine sottili e collo a camicia (azzurro, non celeste), ne aveva giocate 228. Entrando in chiesa, la bara (coperta da una divisa numero 3 della Spal) aveva alla sua destra la sagoma dello stadio. Così come Bozzao, ai tempi, aveva alla sua destra i compagni della difesa. E ieri ce n’erano tantissimi, di loro. Compagni, amici, ex ragazzi che erano stati suoi giocatori. Molti, giunti da lontano.

gli amici

Si sarebbero potute fare tre squadre, con la “gente” che c’era ieri. Non ci piace fare elenchi di nomi, oltretutto la lista potrebbe non essere esaustiva. Ma corre l’obbligo di fare delle citazioni. Saul Malatrasi, Adolfo Gori,, Oscar Massei, Gigi Pasetti, Gabriele Cantagallo, Gianfranco De Bernardi, Gildo Rizzato, Mario Zimolo, Franco Pezzato: la guardia d’onore, come quando salivano le scalette dagli spogliatoi al campo del Comunale. E ancora. Gino Vecchi, Alberto Novelli, i fratelli Ferraresi, Angelo Benini, Orlando, Asnicar, Zecchi, Ferioli, “Pantera” Adami, Patria, tutti lo avevano avuto o come amico, o come avversario, o in società. Poi altri spallini: Tartari, Gambin, Beccati, Di Cicco. Uomini di calcio quali Lele Maestri, Grazzi, Zibelli. La famiglia di Gibì Fabbri. I biancazzurri di anni successivi: Danilo Ferrari, Franco Fabbri, Fabrizio Larini, Alberto Bergossi, Fabio Perinelli, Fabio Mastrocinque. Tanti ragazzi del vivaio, dove Bozzao ha insegnato: Paramatti, Polmonari, Baiesi, Donà, Cristiano Buriani, Mamini (anche in rappresentanza della società, come Gianluca Ranzani), Edo Braiati. L’assessore Merli. Poi, Walter Salvioni, ex allenatore della Primavera del Parma. E Nevio Scala: Bozzao gli scoprì Faustino Asprilla in Colombia e glielo consegnò per quel Parma meraviglia. Lungo l’abbraccio di Scala col meraviglioso e adorato nipote del Bozza.

il saluto

Composte nel loro dolore le figlie di Gianfranco, toccante - e salutato dagli applausi - il breve discorso di ringraziamento rivolto ai presenti, e non solo a loro. Indescrivibile la pena della moglie, la signora Roberta, a lungo abbracciata alla bara, quasi a voler trattenere Gianfranco. Che potremmo salutare con tante parole, e ricordi. Un giorno, sul Corsera, Beppe Severgnini lo dipinse così: «Ecco Gianfranco Bozzao, nato a Venezia nel 1936: ha le mani sui fianchi, i tratti marcati, la riga a sinistra. Avrebbe potuto essere un gondoliere, un attore di western o un sottosegretario democristiano. Era un terzino sinistro, e a me andava bene così».

Immenso Tigre. —

Paolo Negri

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