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Il guerriero Sinisa: «Tifosi e medici nella mia squadra contro la malattia»

Stefano Semeraro
Il guerriero Sinisa: «Tifosi e medici nella mia squadra contro la malattia»

Mihajlovic a 30 giorni dal trapianto di midollo. «Devo sconfiggere la leucemia per non deludere chi mi è vicino»  

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il personaggio



Quattro mesi passati «in quella stanza maledetta», aria e acqua filtrata, il corpo attaccato ad una macchina dalle sei di mattino a mezzanotte, in testa un sogno solo: «tornare a respirare una boccata d’aria fresca». Sinisa Mihajlovic fino al 13 giugno scorso era l’eroe di Bologna e del Bologna, l’uomo che aveva salvato la squadra dalla B, il guerriero serbo duro e generoso, che non molla mai. Poi la diagnosi, terribile: leucemia mieloide acuta. E allora Bologna, il sistema di una città che sa stare in piedi anche quando è colpita (copyright Francesco Guccini), ha iniziato a ripagarlo con tutto quello che ha. Calore, cura, speranza.

«I disegni dei bambini che magari erano stati malati anche loro», racconta Sinisa, gli occhi che bruciano come due fuochi azzurri sotto la tesa della coppola rossa mentre le parole gli si inceppano di emozione. «E le preghiere, i cori, gli striscioni, l’amore dei tifosi di questa città che mi ha accolto come fossi figlio suo, senza mai mettere in dubbio il mio futuro qui». Bologna soprattutto gli ha offerto la professionalità dell’Istituto di Ematologia Seragnoli del Policlinico Sant’Orsola-Malpighi, un’eccellenza in una Sanità che funziona.

Due cicli di chemioterapia, le settimane con la febbre fissa a 40° e 400 globuli bianchi, il trapianto di midollo grazie a un donatore anonimo iscritto come altri 36 milioni in tutto il mondo in un registro salva vita («certo che vorrei conoscerlo, ma non è permesso»), 13 chili persi la prima volta, 9 la seconda. Un protocollo sofisticato studiato su misura: di Mihajlovic come di tutti i pazienti dell’Istituto, anche quelli che non vanno sui giornali. Per lottare contro «una malattia bastarda, che ho il dovere di sconfiggere per non deludere tutti quelli che mi sono vicini: io e lei, chiusi in una stanza, e vediamo chi vince. Io ho un carattere forte, ma a tutti quelli che sono colpiti da patologie gravi voglio dire che non c’è un solo modo di affrontare la malattia, che non devono vergognarsi di aver paura e piangere. L’unica cosa che non devono perdere è la voglia di vivere».

Bologna di calciatori ne ha rigenerati tanti, da Baggio a Di Vaio. Stavolta la mission è più complicata, va oltre il campo. A 30 giorni dal trapianto, dopo la chemioterapia che gli ha azzerato il sistema immunitario, le condizioni sono soddisfacenti, ne serviranno cento per escludere complicanze post-intervento, più anni di pazienza per dire di aver vinto la battaglia. Deve sottoporsi ancora a tre controlli settimanali, può partecipare agli allenamenti ma evitare i viaggi, la folla e i germi dello stadio («ma ai medici rompo un po’ le palle e conto di esserci per l’Atalanta o il Milan»), accontentarsi di mangiare «piatti che sanno di cartone». Un guerriero ancora fragile. «Guerriero non è una parola che amo molto, ma con Sinisa mi sono dovuto abituare. ..», sorride il professor Michele Cavo, direttore dell’Istituto Seragnoli, che insieme con la dottoressa Francesca Bonifazi, che ha eseguito il trapianto, al dottor Antonio Curti («lo lo chiamo mani di cotone») e a tutto lo staff del Sant’Orsola ha curato Mihajlovic. «Di noi si è sempre fidato e non l’ho mai visto dubitare un secondo che oggi saremmo stati qui insieme: lui per chiudere un cerchio iniziato quel 13 di giugno, noi per essere soddisfatti, ma con un po’ più di cautela».

Le lacrime rispuntano quando il mister pensa alle notti insonni passate a parlare di tutto con «Carmela Boscarino, la mia infermiera, donna dura ma leale», alle domeniche di doppia sofferenza davanti alla tv , spese a guardare il suo Bologna in crisi. «Quando urlavo, nonostante la febbre e i dolori, e le infermiere nel corridoio si dicevano “non entrare, i controlli glieli facciamo più tardi”... ancora adesso sono incazzato nero, perché dalla squadra mi aspetto molto di più».

Forse gli daranno la Panchina d’oro come miglior allenatore: «Se è per la malattia, non mi serve. La accetterò solo se è per quello che ho fatto per salvare il Bologna». Nel conto ci sono il rapporto recuperato con Mancini («il primo che è venuto a trovarmi, dopo 4 anni che non ci parlavamo»), l’amore incrollabile di sua moglie Arianna «l’unica persona che conosco con più palle di me», dei due figli «che erano pronti a donare il midollo, e non è scontato». Dopo pochi minuti di conferenza la squadra si presenta a sorpresa in sala per salutarlo. «Vi ringrazio, ogni scusa è buona per non allenarvi, vero? Ma ora sono tornato. E chi non lotta in campo come ho fatto in quella stanza del c...o, non gioca». C’è tutta una città da non deludere. —



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