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Per la Feli Pharma una vittoria intinta nel dolore

Mauro Cavina
Per la Feli Pharma una vittoria intinta nel dolore

I biancazzurri passano sul parquet della Pompea ma col lutto nel cuore Leka: «Occhi sulla barella, volevamo smettere. Poi ci siamo uniti per Cocchi»

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MANTOVA. La vittoria conquistata in volata nel derby contro la Pompea non può rendere meno triste una domenica che, per la Feli Pharma, avrebbe potuto avere ben altro respiro. I fatti di cronaca sono entrati a gamba tesa nell’avvenimento sportivo e l’hanno fatto passare, giustamente, in secondo piano. Sul campo della Grana Padano Arena si sono vissuti momenti surreali quando il vice presidente Marco Cocchi ha avuto la sua prima crisi cardiaca ed è stato soccorso, prima di raggiungere l’ospedale. Non c’è stato nemmeno il tempo di terminare la partita e di godersi una vittoria difficile quanto insperata che, per il Kleb, si è dovuto fare i conti con la scomparsa del vice presidente. Un momento estremamente triste che toglie, ovviamente, l’attenzione da una vittoria dal peso specifico elevato, “che conta tantissimo” per dirla con le parole di un affranto Tommaso Fantoni.

l’idea di fermarsi

«Abbiamo persino pensato di non finire la partita e non scendere in campo - ha raccontato in serata coach Spiro Leka - : non è stato facile decidere, ma poi siamo tornati in campo, abbiamo fatto un urlo tutti insieme, ci siamo guardati in faccia e abbiamo scelto di dare il meglio di noi stessi anche per il nostro vice presidente».

Da quel maledetto ventottesimo minuto la partita ha cambiato volto. Ferrara era sotto di cinque lunghezze (56-51) e stava subendo la forza offensiva di Clarke, capace di segnare da fuori ma anche di regalare assist meravigliosi per i compagni. Dopo oltre venti minuti fermi, ad assistere a un evento che con lo sport ha ben poco a che fare, era inevitabile che qualcosa sarebbe successo sul piano emotivo. Alcuni giocatori di Ferrara hanno reagito subito, altri invece erano visibilmente scossi. Ma nel giro di un paio di azioni, la Feli Pharma ha ritrovato la grinta difensiva che le aveva dato modo di sopravanzare la forte Pompea di undici punti già nel primo quarto. Cosa che invece non era successo nel secondo quarto, quando Mantova, grazie al controllo dei rimbalzi e al solito, scatenato Clarke, era riuscita a prendere in mano la gara, scappando addirittura sul +8 (56-48). In quel momento Ferrara sembrava priva di idee in attacco e incapace di tenere in difesa. I tanti errori sembravano condannare il Kleb, che subiva eccessivamente il gioco degli Stings. Nell’ultimo quarto, però, ecco che Ferrara si compatta. Il primo a suonare la carica è Baldassarre che risponde a Clarke segnando da lontano. Serve qualche giro di lancetta, però, prima che Ferrara raggiunga e superi Mantova. Nessuno sembra fare canestro. Anche la Pompea sembra aver subito il contraccolpo psicologico di quanto è accaduto a bordo campo.

in difesa

Tra tanti errori, il Kleb non smette di crederci, soprattutto in difesa. La parità a 63 arriva con un tap in di Campbell a settanta secondi dalla fine. Canestro di Wiggs, poi Baldassarre e infine due liberi di Panni. Il tempo corre verso la fine, Mantova sembra non avere più energia e deve alzare bandiera bianca. Ferrara vince la sua terza gara in trasferta, ma non si festeggia. La squadra si stringe a centro campo e poi va negli spogliatoi con la speranza, poi disattesa, di ricevere buone notizie sulle condizioni di salute del vice presidente Cocchi. Purtroppo arriveranno solo cattive notizie. I due punti in classifica sono importanti, valgono tanto, ma sono tremendamente amari.

«Non era facile continuare a giocare dopo ciò che è successo – racconterà alla fine Spiro Leka –. Tutti i miei ragazzi erano con gli occhi sulla barella che usciva dal palasport. Ci siamo detti che avremmo dovuto provare a vincere la partita. Dovevamo rimanere uniti e l’abbiamo fatto, anche se non riuscivamo a segnare tiri aperti. Abbiamo aumentato l’intensità in difesa e questo ha pagato. Ma soprattutto non abbiamo mai mollato. Devo fare i complimenti ai miei ragazzi perché hanno dato tutto». —

Mauro Cavina

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