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Alberti porta gli orsi in guerra «Ferrara, una sfida ambiziosa»

Marco Nagliati
Alberti porta gli orsi in guerra «Ferrara, una sfida ambiziosa»

La nuova struttura marketing allestita della società biancazzurra è riuscita a coinvolgere oltre ottanta partner commerciali 

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l’intervista

Marco Nagliati

Anche gli orsi faranno la guerra... È il titolo del libro (edito da Rizzoli) di Paolo Alberti, bolognese classe ’71. Viaggia per passione e per mestiere - sottolinea - e raccoglie storie. Dall’estate 2019 è responsabile marketing del Kleb. All’approdo ha trovato il brio e le bollicine inesauribili del presidente Francesco D’Auria e non troppo d’altro. Anche questo è stato un entrar in battaglia.

Alberti, che sfida...

«Assumere questo ruolo significa un impegno a tempo pieno. Nello sport sono entrato nel 2010 in Virtus: prima direttore commerciale, poi responsabile marketing. Era l’èra di Sabatini. Poi sono passato al Mantova calcio, sempre nel settore commerciale».

Ma il basket...

«La mia passione. Sono stato un cestista scarso, idem come coach».

Perché il Kleb?

«Questo è stato una sorta di anno zero. D’Auria durante il suo primo anno ha fatto tutto quasi di corsa, la scorsa estate ha voluto dare una struttura forte alla società. Per quello che è il mio ruolo devi essere a “presidio”, obbligatorio inserirsi quotidianamente nel tessuto della città. Capirlo. Costruire rapporti con l’amministrazione, le aziende, le associazioni e le istituzioni».

I risultati sono stati eccellenti.

«Sono arrivati oltre ottanta brand commerciali, ma si tratta soprattutto di un lavoro di semina. La città ha capito il nostro progetto, che ha ambizioni ma è partito in umiltà. È piaciuto l’approccio e funziona la maniera in cui approfondiamo il concetto di sponsorizzazione».

Come vi muovete?

«Cercando di creare un circolo virtuoso. Entrare in relazione con tutti e fare sistema. La prima squadra è la punta dell’iceberg: usciamo dal palasport per farci conoscere, in maniera che la gente percepisca cosa siamo e cosa vogliamo fare. Il mio lavoro non è soltanto ricercare sponsor: il progetto è complesso».

Di certo le vittorie dei ragazzi di Leka aiutano...

«Ebeling, con un budget non certo altissimo, ha tirato fuori una squadra da quarto posto: per il marketing diventa più facile. Bravo lui, il coach ed i giocatori».

Di vostro state mettendo in rete tanti progetti: il gemellaggio con pallamano e football, la Kleb Academy.

«Abbiamo pensato a cosa si poteva fare in modo sinergico e corale, andando oltre l’academy sportiva. Non vogliamo solo coach che allenano i ragazzi, ma anche fornire input in tutti i settori: una piattaforma di informazione generale. Su temi di pubblico interesse: dall’alimentazione al corretto approccio tecnologico dei giovani. L’idea parta da noi, ma tutte le istituzioni sono coinvolte: Comune, Università, teatro, mondo paralimpico. Peccato che il Coronavirus ci stia creando più di un problema».

Lei ha un contratto annuale: il futuro?

Mi trovo bene. E non lavoro da solo, perché c’è il mio socio Fabrizio Procaccio (responsabile area sviluppo; ndr). Il contratto scade il 30 giugno: mi trovo bene ma non decido personalmente. Credo che in società siano contenti del percorso avviato, però è ovvio che si valuterà insieme cosa fare. Posso dire che ci hanno lasciato carta bianchissima. Certo, c’è la disponibilità a rimanere».

Va detto che molti dei contratti siglati con i partner commerciali sono pluriennali.

«Per quel discorso di prima: non si tratta di un rapporto di sponsorizzazione e basta. Sono nostri partner con i quali costruire un cammino. Il lavoro quotidiano del marketing è fare interagire tra loro i nostri sponsor, permettere l’apertura di contratti commerciali tra loro. Li seguiamo e tentiamo di assecondare le loro esigenze».

Cosa l’ha convinta ad accettare la sfida Kleb?

«Varie cose. L’ambizione della sfida, intanto. Ricostruire mi stimolava molto. E, soprattutto, non eravamo gli unici ad essere coinvolti nella struttura. L’entusiasmo di D’Auria è contagioso, difficile dirgli di no. Inoltre, il presidente si presenta con una carta d’identità notevole quando ingaggia Del Moro, Ebeling e Terrieri. Si tratta di un messaggio forte».

Il primo bilancio che si sente di trarre?

«Mi dicevano che Ferrara è una città difficile, particolare. E forse per certi versi può anche esserlo. Però ho sempre pensato che se avessimo cambiato il linguaggio, il tessuto economico sarebbe stato ricettivo. E così è stato. Abbiamo fatto capire che il progetto è serio e la società solida. Con un organigramma funzionale. Che ci sono basi ed intenzioni per un percorso pluriennale. La piazza ha risposto piacevolmente bene».

E la squadra è in piena lotta per i playoff. Che atmosfera si assorbe?

«Mi limito a dire soltanto una cosa: l’appetito vien mangiando». —

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