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Cavallini e la lezione che arriva dal rugby La squadra del carcere unita contro i rivoltosi

Dario Cavaliere
Cavallini e la lezione che arriva dal rugby La squadra del carcere unita contro i rivoltosi

Il dirigente ferrarese è il presidente del team della Dozza: «I ragazzi hanno senso delle regole e noi siamo orgogliosi»

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FERRARA

Le problematiche legate al coronavirus sono molteplici e tangibili in ogni spaccato della società. La recente rivolta nelle carceri ne è fedele testimonianza. Stefano Cavallini, ex assessore del Comune di Ferrara ed ex massimo dirigente del Cus Ferrara rugby, ha vissuto molto da vicino questo dramma nel dramma; dopo la fine - amara - della sua esperienza ferrarese, Cavallini è presidente del Giallo Dozza: la squadra di rugby militante nel campionato di serie C nata nel carcere di Bologna, a seguito della partenza in ambito nazionale del progetto “Tornare in campo”.

Un’idea che ha come mission il recupero della persona attraverso il rugby. Il tutto per una vittoria, prima sportiva in campionato poi sociale, quando si “tornerà in campo” dopo aver scontato il “giallo”, per una partita ben più dura da giocare due dita fuori dalle porte del carcere. Laddove lealtà, solidarietà, sostegno, rispetto degli altri e delle regole, non sono solo dogmi della pallaovale.

docufilm

Concetti esaltati da un docufilm per Sky Sport realizzato e andato in onda a novembre con la squadra protagonista. «Dall’inizio dell’epidemia non siamo più potuti entrare in carcere per le nostre attività - dice Stefano Cavallini - e le notizie arrivavano col contagocce. Abbiamo detto ai ragazzi di rispettare le regole qualsiasi cosa succedesse, ma allo scoppio della rivolta che ha interessato anche il carcere di Bologna con due morti e decine di feriti, potete immaginare il nostro stato d’animo».

«Poi piano piano attraverso i canali istituzionali qualche notizia è trapelata - aggiunge Cavallini - per poi essere confermata con ampio risalto. La sezione 1D, quella che comprende squadra di rugby e studenti universitari, non ha partecipato alla rivolta: anzi, ha cercato di far desistere i sobillatori. Si sono dimostrati squadra che ha operato unita anche fuori dal campo rispondendo in maniera univoca ad una cosa drammatica».

«La decisione di asserragliarsi nel reparto l’hanno pagata a caro prezzo - continua il presidente - perché i rivoltosi, oltre a distruggere la palestra, hanno bruciato tutto: le divise, le scarpe, i palloni, la televisione le attrezzature mediche... Adesso dobbiamo ricominciare daccapo ma soprattutto far sentire loro il sostegno di chi è fuori. Scriviamo per avere notizie e cerchiamo di far arrivare beni per il reparto. Anche solo vernice per ripristinare i murales che ornavano il reparto».

«La riflessione che posso fare - prosegue Cavallini - è che in un regime carcerario come quello attuale gli equilibri si rompono molto in fretta. Il virus ha portato allo stop dei colloqui con familiari ed avvocati e alla sospensione di tutte le attività e questo ha gettato tutti nello sgomento perché il tempo è precipitato».

il tempo

«In carcere il tempo che non passa ti uccide - amplia la riflessione Cavallini -: e questo, sommato allo stato generale delle carceri, ha reso l’ambiente una bomba. La risposta unita della squadra ha rafforzato il legame fra loro in una battaglia ben più importante rispetto a quelle del campo da gioco. E noi che ne condividiamo il percorso siamo estremamente orgogliosi». —

Dario Cavaliere

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