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Mister Gadda: «Niente interessi di parte Leader veri e puliti per salvare il calcio»

Alessio Duatti
Mister Gadda: «Niente interessi di parte Leader veri e puliti per salvare il calcio»

L’ex giocatore e allenatore spallino, che ha famiglia nelle zone lombarde più colpite dal coronavirus: situazione durissima «Lo sport adesso non è la priorità ma è parte trainante del Paese e bisognerà pensare anche a ricominciare»

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l’intervista

Tra gli uomini di calcio più capaci passati per Ferrara c’è sicuramente Massimo Gadda. La sua carriera da calciatore professionista, iniziata con la maglia del Milan e caratterizzata dalla maxi esperienza ad Ancona, è terminata proprio con i colori della Spal. La successiva esperienza da allenatore l’ha riportato nel 2009 con tre annate a Masi San Giacomo e con trequarti di stagione 2013/2014 alla Spal.

Ormai romagnolo d’adozionea ma originario della Lombardia, Gadda ha rivolto un pensiero alla zona più colpita dall’emergenza coronavirus, dove vivono tutt’oggi le sue sorelle e gli suoceri: «È una situazione durissima. Probabilmente chi non abita là non ha la totale percezione di quanto stia accadendo. È importante fare attenzione alla prevenzione per far sì di non entrare anche qui in una situazione così tragica. I miei genitori non ci sono più, ma mio papà diceva sempre a mia mamma (bergamasca; ndr) che aveva la testa dura. Da quelle parti la gente non molla, sono forti, hanno la voglia di lottare e avranno il coraggio nell’affrontare il “dopo”, altra cosa facile».

Come si dovrebbe porre il mondo del calcio in questo momento?

«Situazione anomala, non capitava dalla Seconda Guerra che i campionati venissero fermati. Mi piacerebbe che 4-5 leader veri, puliti, di carisma e senza interessi diretti prendessero in mano la questione con decisioni nette. L’obiettivo è quello di tornare a giocare solo quando le cose saranno rientrate alla normalità. Nel mentre bisogna stare sul pezzo, salvaguardare il salvaguardabile perché il calcio nel nostro Paese è una cosa trainante».

Via ai ricordi. Partiamo con la stagione e mezza da calciatore della Spal (1998/2000).

«Sono stato molto contento per il mio rendimento personale, considerando che ero ormai a fine carriera. La squadra in entrambe le stagioni ha sempre sfiorato i play off, ma credo che si sarebbe potuto far meglio. Un’esperienza bellissima: a Ferrara l’atmosfera attorno alla Spal è sempre magnifica così come il senso di appartenenza e l’attaccamento. Orgoglioso di aver fatto il capitano per scelta di D’Astoli, nonostante in rosa ci fossero altri ragazzi rappresentativi. Sento ancora parecchi miei ex compagni, come Airoldi, Pierobon, Radice, Lucidi, ma anche “Bubu” Mantovani che era il nostro massaggiatore».

Prima di arrivare a Ferrara c’è stata la parentesi della sua vita, ad Ancona.

«Otto anni meravigliosi, di cui cinque da capitano in una piazza fantastica. Trovo bellissimo il rapporto di gemellaggio che c’è con Ferrara».

Poi nel 2009, da allenatore, spunta il grigiorosso della Giacomense…

«Ai tempi il ds era Massimiliano Menegatti, perché Vagnati faceva il calciatore. Sono state tre stagioni fantastiche, col supporto di una grande società. Era un calcio basato sui giovani, senza pressioni di tifo, ma sempre incentrato su un grande senso di responsabilità perché si rappresentava una società professionista con l’obiettivo di confezionare un prodotto ben fatto. La famiglia Colombarini non ci ha mai fatto mancare nulla. Finché a Ferrara ci saranno loro la città può dormire sonni tranquilli».

Nell’ottobre 2013 l’approdo alla “nuova” Spal…

«In molti ricordano quel sofferto finale di stagione, io per primo perché poi non sono stato riconfermato. Ma non sottovalutiamo quell’anno: l’obiettivo non era scontato ed è stato centrato. Quando sono arrivato eravamo penultimi, a gennaio abbiamo cambiato 5-6 giocatori e siamo ripartiti. Bastava poco per raggiungere il traguardo, ma anche poco per scendere in serie D in uno scenario che avrebbe potuto tarpare le ali alla successiva cavalcata. È stato un punto di partenza».

Di quel gruppo l’unico arrivato in A è stato Lazzari…

«Siamo ancora legati l’uno con l’altro, ogni tanto ci sentiamo e mi ha mandato la sua ultima maglia della Lazio. Quando sono arrivato non stava giocando con continuità, ma ho deciso di puntare su di lui rimodulando la squadra col 3-5-2. Negli anni è migliorato tantissimo, basti pensare alla qualità dei cross. È titolare in una squadra da scudetto, tanto per capire il livello raggiunto».

Curiosità finale. Tre suoi idoli da amante dello sport sono Federer, De Rossi e Ibra. Oro, argento e bronzo?

«Il podio è proprio in quest’ordine. Federer è fuori concorso, Ibra è un grandissimo personaggio mentre per De Rossi ho un legame nato dal rapporto col padre Alberto con cui ho giocato ai tempi del Livorno. Anche di lui ho la maglietta firmata, quella del Boca Juniors». –

Alessio Duatti

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