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La Spal piange Vendrame, artista a tutto tondo

P. n.
La Spal piange Vendrame, artista a tutto tondo

L’inimitabile ex fantasista biancazzurro, campione d’Italia “De Martino” nel 67/68, è morto ieri. Una vita fuori dagli schemi 

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il ricordo

«Quando la terra mi scoprì a flirtare con la luna, s’inclinò, relegandomi nel castigo di un’irta salita». (Ezio Vendrame)

l’ultimo atto

La salita più perigliosa, ieri, non è riuscito a scalarla. Ezio Vendrame è morto a 72 anni, preda del male che – implacabile – lo aveva attanagliato qualche mese fa. È mancato lì dove da tempo aveva deciso di ritirarsi, nel trevigiano, lontano da (quasi) tutti. «Se devo parlare con degli imbecilli, preferisco morire in solitudine», aveva affermato. Aveva una ristrettissima cerchia di persone che amava, e che lo amavano. Ezio è stato e resterà una persona speciale, ben oltre la figura di ex calciatore.

talento immenso

Friulano di Casarsa della Delizia, un’infanzia caratterizzata dall’abbandono e dal dolore, un talento immenso. Un artista a tutto tondo. Alla Spal poco oltre la metà degli anni’60, fece sognare e disperare Paolo Mazza, fino a quando il presidente non lo cedette alla Torres, stanco della sua anarchia (più comportamentale che calcistica). Vendrame in biancazzurro aveva fatto in tempo a togliersi qualche soddisfazione: lo scudetto “De Martino” nel 1967/68, ma soprattutto i lampi di genio dispensati nel corso delle partitelle infrasettimanali (che richiamavano al Comunale un folto pubblico, in gran parte per vedere all’opera lui), e principalmente l’essersi goduto Ferrara. Successivamente avrebbe giocato con Vicenza, Napoli e Padova. Gli apici, con il Lanerossi: memorabili il celebre tunnel a Gianni Rivera e la sontuosa prestazione a San Siro contro l’Inter, quando fece ammattire Giacinto Facchetti.

etichette

Lo hanno definito in tanti modi. Ribelle, maledetto, donnaiolo, matto... Facili etichette. Andava fuori dagli schemi, del calcio e della società, questo sì, ma aveva classe immensa ed animo sensibile. Con certi comportamenti cercava solo di mascherare lo strazio che portava dentro, ferite dell’anima mai rimarginatesi. Se non ha fatto carriera in senso classico, non è certo stato per i suoi eccessi – o presunti tali – fuori dal terreno di gioco. Diceva di preferire un tunnel, una giocata d’esterno e un dribbling ad un gol, «perché il gol è come l’orgasmo: la fine di tutto».

poeta e scrittore

Nel dopo-calcio ha assecondato la propria vena di poeta, scrittore, compositore. È stato tante volte a Ferrara per presentare le sue opere. Volto irsuto, capelli lunghi, camicia preferibilmente jeans, il bavero del giubbotto immancabilmente alzato. Aveva qualcosa di Nazareno e di mistico, di vissuto e di rivoluzionario, financo di piacevole – impagabile – farabutto. Molto ha dato, molto ha amato, ed è stato mal ripagato dal suo investire nell’essere umano. Così nel calcio come e nella vita. La sua vittoria più grande non figura nel palmarès, consiste nell’aver caratterizzato un’epoca, nell’aver mandato in delirio le folle. Se i padri ti raccontavano di lui, e non di Capello, significa che anche quegli anni spallini furono unici, speciali.

il messaggio

Il suo più grande insegnamento resta uno: rispettare il prossimo e vivere ogni giorno la vita, la propria vita. Vendrame lo ha fatto sia come calciatore che come uomo. Vorremmo salutarlo con una dedica, mutuandola da lui stesso: «A te che sei per me un vero tesoro...». Che il cammino e la dimora nei Campi Elisi gli siano gioiosi. –

P. n.

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