Il “big man” Jamison porta il Club in cielo «Io star dominante» tra chili e sorrisi
Dopo averla piegata da avversario, il pivot nel 2007 firma per Ferrara Si ferma per due stagioni e mezza scrivendo pagine indimenticabili
il racconto
Marco Nagliati
La Ferrara a vocazione cestistica, scopre il big man diciotto mesi prima di poterselo coccolare. Sarà sempre un’incipiente primavera a scrivere le pagine emotivamente più intense tra l’avventura sportiva di Harold Jamison e i tifosi estensi. Nel marzo 2006 il pivot, indossando il gialloblù di Scafati, vince proprio nel palasport ferrarese la coppa di A2. La Carife era stata “uccellata” in semifinale da Imola (86-87) subendo un’incursione all’ultimo secondo del satanasso Bj McKie, che per un paio di stagioni aleggiò tra le volte del “palace” come una sorta di fantasma dell’opera. Scafati stese Caserta in semifinale (76-74) e poi Imola in finale (90-81). E quel gigante in mezzo all’area - Jamison appunto - fece una gran bella impressione.
giorgino
Scafati era allenata da “Giorgino” Valli, che l’anno successivo firmò per Ferrara portandola poi in Serie A. Il destino tesseva la sua trama. Coppa vinta a Ferrara e promozione con Scafati colta alla penultima di stagione regolare proprio piegando il Club di Dalmonte in Campania: 85-67. Era il 13 aprile 2006 e Jamison insaccò 19 punti (6/7). Il 14 aprile di due anni dopo proprio Jamison fu tra i protagonisti dello sbarco di Ferrara nella massima serie. Perché accadde che...
Valli non è riconfermato a Scafati e arriva alla corte d’Este. Primo anno con playoff annessi, le basi di un progetto ambizioso. Il coach, discepolo di Ettore Messina, ha sempre amato un basket old style col pivottone ad occupare l’area. Ad essere centro gravitazionale del gioco. Là dove la squadra si appoggia. Il presidente Mascellano non lesina sforzi economici, coach e gm Crovetti spendono bene. Nell’estate 2008 arrivano così il “professore” e il big man. Alias Farabello, argentino sornione che sdottoreggia sapienza in regia, e Harold Jamison: l’ultimo dei mohicani. Nel senso che in A2 pivot veri non ce ne sono più, semmai nel “pitturato” abitano ali trasformate in centri.
Jamison è un 204 cm di 125 kg dichiarati, tendenti al rialzo. Lo guardi e ad ogni colpo d’occhio ti sembra sempre più grosso. È nato a Orangeburg (20 novembre 1976), vive in Florida: retaggio dei suoi anni Nba. Eggià, perché “Haroldone” ha alle spalle una stagione con gli Heat di Miami e una a Los Angeles con i Clippers. Nel 2003 lo cercano i Cleveland Cavliers, ma lui - stufo di essere comprimario e guadagnare relativamente poco - preferisce l’Europa. Breslavia, Avellino, Scafati e ancora Avellino. Super in A2, ottimo in A. Epperò le sirene economiche di Ferrara e la presenza di Valli lo convincono a scendere di categoria.
Mette i piedoni in città nel torrido agosto del 2007. Lui, che non era mai stato in una squadra per più di una stagione, rimarrà per due campionati e mezzo. Totalizzando 73 partite. «Sono dominante» spara appena si presenta al cronista. Lo esclama scanzonato, con quel viso paffutello e perennemente sorridente. Sì, dominante per due stagioni lo sarà. Apparentemente leggero d’animo, Jamison ci tiene maledettamente. Ha una qualità rarissima in un cestista così voluminoso: unisce stazza a velocità. Con lui la squadra può andare a briglie sciolte in attacco (Collins si divertirà un mondo, poi con Ray nel 2009 sarà uno show) e dietro - ad un certo punto - si palesa una muraglia.
il pranzo
I primi mesi del 2007, invero, sono un saliscendi perché la condizione fisica è quella che è. «Se non avessi pranzato in aereo sarei ancora più magro» ridacchia Big H nei primi giorni di lavoro. Poi carbura, eccome. E con lui la Carife: dodici successi di fila nel girone di ritorno, gare di adrenalina e spettacolo. Promozione in A: «Mi sono sentito una superstar» sussurra mentre sta per rientrare negli States in vacanza. Si tiene aperta una porta - in termini contrattuali escape - per l’Nba. Ma torna a Ferrara. Una serie A1 l’aspetta e sa che si troverà meglio perché nella categoria inferiore sfida fuscelli e gli arbitri gli sanzionano spesso falli che tali non sono: semplicemente lui è più grosso, gli altri volano via.
Per essere “dentro” una partita, Harold ha bisogno di sentirsi al centro del progetto. E con Valli lo è. Poi ha necessità assoluta di essere atleticamente tirato a lucido: condizione fisica e mentale. Quando l’abbinamento è al top di gamma, Jamison diventa iradiddio. Farabello lo innesca con assist al bacio, lui con piedi veloci mulina il destro ed il sinistro in un semigancio simil Jabbar. Immarcabile. Il difensore può solo sperare che “Haroldo” sbagli misura, altrimenti non puoi difendere. Certo, a Jamison serve spazio: per stare comodo nella sua “casa” da gioco, l’area va liberata. Sa colpire anche fronte a canestro: si butta a corpo morto ed un bisonte tale vallo ad arginare. In A2 è leader nei rimbalzi offensivi. Come tutti i giganti ha un tallone d’Achille: il suo, i tiri liberi. Tanti ne guadagna, parecchi ne spreca.
Dopo la fantastica annata di A, Harold accetta di firmare anche per la terza. Ma cambia lo scenario. I compagni. Sangarè non è Collins, né Grundy si avvicina a Ray. Salvi non somiglia a Ebi. Harold si smarrisce, sfiduciato e acciaccato scinde il contratto nel gennaio 2010. A Ferrara arriva Sharrod Ford, Jamison andrà a chiudere la carriera in Turchia e Ucraina in un lento appesantirsi. —
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