Negrini a tutto campo: «Il calcio non ha capito che conta la salute Vedremo se si riparte»
L’ex ala spazia dal momento che si vive a causa del coronavirus alle possibilità di salvezza dei biancazzurri in caso di una ripresa
la testimonianza
«Non c’è stata, a mio avviso, una bella risposta da parte del mondo del calcio nell’affrontare questa partita drammatica di pandemia da coronavirus. La gestione iniziale è stata abbastanza imbarazzante, confusionaria e non univoca – spiega il trentasettenne Matteo Negrini, talentuoso attaccante esterno spallino nella stagione 2005-2006, attualmente personal trainer e... neo papà di Riccardo avuto dalla sua compagna Mirca –. Qualcuno giocava e qualcuno no, non mi ha dato l’idea di un calcio organizzato. Forse non si era capita la gravità della situazione e l’aspetto economico era sempre lì che tentava di far passare questa emergenza mondiale come una banale influenza. Dopo invece siamo riusciti a dare un esempio positivo, ho visto delle iniziative molto belle: dai giocatori della Roma che portavano da mangiare ai tifosi, a quelli del Bologna che telefonavano a casa ai propri sostenitori, a quelli del Parma che leggevano le favole ai piccoli tifosi crociati. Il calcio in Italia ha un riscontro mediatico molto forte, è stato importante recuperare questo messaggio. Va ricordato che è solo uno sport e come tale non può passare davanti alla salute delle persone».
L’Uefa vorrebbe fare ripartire i campionati, la Figc sembra essere d’accordo. Ipotizzata come data della ripartenza il 20 maggio. Il suo punto di vista?
«Ragionando da giocatore io sarei contrario a ripartire perché in primis la sicurezza non è garantita e poi sarebbe un campionato falsato. Ricominciando, dopo due mesi di stop, la condizione atletica sarà completamente diversa, squadre che prima erano “in palla” ora non lo saranno perché si pensa in primis alla salute e alla propria famiglia. Certo, l’Uefa ha messo l’imposizione di finire le stagioni, altrimenti si rischiano esclusioni dalle competizioni europee. Da spettatore vedere il calcio a luglio e agosto mi piacerebbe, potrebbe essere una cosa innovativa ed avere successo».
Per una eventuale ripartenza, sul campo il fattore psicologico inciderà più della preparazione fisica?
«Già conta normalmente la psicologia del giocatore, credo che sia l’unico fattore veramente importante sia come singolo, sia a livello di squadra. Il fattore psicologico è tutto, sarà ancora più determinante. Chi sarà in grado di riattaccare la spina subito, dopo un periodo così particolare di preoccupazioni, concentrandosi e andando in campo per lottare solo per una partita di calcio otterrà i risultati migliori».
Annullare il campionato, al contrario, sarebbe complicato avendo disputato oltre 2/3 delle competizioni in calendario. Concorda?
«Annullare il campionato adesso sarebbe molto difficoltoso da gestire, tra retrocessioni, promozioni e altro. Avendo spostato l’Europeo, l’Uefa obbligherà tutte le federazioni a finire i campionati. C’è l’estate a disposizione, sperando che prima si riesca a combattere questo virus e si giochi in totale sicurezza».
Passiamo al calcio prima della sospensione: rispetto alle ultime stagioni come mai la Spal ha faticato ad ingranare?
«Io ho fatto sia il calciatore che l’allenatore. Mettere insieme 20 teste non è facile. È vero che il mister ti può dare l’organizzazione, la capacità di andare in campo e sapere cosa fare, ma sono i calciatori che fanno la differenza. Quest’anno a mio avviso mancano i giocatori, ne sono andati via alcuni di livello. Anche cambiare 3 o 4 pedine in un meccanismo consolidato, che funziona bene, ha un peso. Pensi di migliorare la squadra, invece no. O sei costretto a fare certe operazioni di mercato perché è un mondo dove i soldi la fanno da padrone, e non trovi la ricetta giusta dell’anno prima».
Di Biagio, subentrato a Semplici in corsa, è l’uomo giusto al posto giusto?
«Io mi auguro di sì, che Di Biagio trovi la quadra e che la Spal si possa salvare, se il campionato riprenderà. Penso che il cambio sia stato fatto non per dare delle colpe a Semplici, che è solo da ringraziare, ma perché, ad un certo punto, c’è bisogno di cambiare. Nella mia esperienza il cambio di allenatore ha dato la possibilità di resettare una mentalità che ormai era diventata negativa, dove la prima difficoltà diventava insormontabile. L’allenatore nuovo alle volte dà la possibilità di scaricarti di alcune tensioni, di cambiare passo».
La salvezza arriva con…
«La mentalità offensiva, e se alla ripartenza iniziamo a fare qualche gol in più. Siamo nella condizione di poter rischiare per cercare di portare a casa dei punti».
Salvezza con la casacca spallina che lei ottenne in C2 nella stagione 2005/2006 dove siglò 3 reti in 31 presenze. Che annata è stata?
«Una stagione difficile perché si veniva da un fallimento importante. C’era da ricostruire tutto, società nuova, ragazzi nuovi, tanti giovani che come me dovevano dimostrare il loro valore, ed un po’ di ossatura della squadra vecchia. Da un lato è stato positivo perché l’entusiasmo c’era; dall’altro, quando la stagione nella seconda parte si è resa difficoltosa, abbiamo stentato per inesperienza. Poi c’è stato il cambio del mister e il finale è stato duro, molto difficile. Alla fine comunque ci siamo salvati. In un anno di transizione era un obiettivo da ottenere, altrimenti il rischio era di andare nel calcio dilettantistico». —
Valentina cristiani
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