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La seconda avventura di Terrieri «Basta panchina, poi Danilovic...»

Marco Nagliati
La seconda avventura di Terrieri «Basta panchina, poi Danilovic...»

Una vita alla Virtus: speaker e dirigente di vivaio e prima squadra  Dal grande slam al traumatico addio fino ad una scrivania a Ferrara 

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l’intervista

Marco Nagliati

La voce della Virtus. Ne potrebbe raccontare, in salsa cestistica, per mille e una notte. Ha iniziato nel 1972 come speaker, chiudendo nel 2014 come manager. In quell’impetuoso fiume Luigi “Gigi” Terrieri (bolognese classe ’53) ha visto e vissuto tutto: la grandeur come le macerie. Sei anni fa voleva smettere con la “palla al cesto”: eccesso di amarezza. Invece, il ritorno. Il richiamo della giungla. Un aiuto al comitato regionale e qualche mese fa lo sbarco a Ferrara. Direttore operativo del Kleb: il presidente D’Auria s’è portato a casa un tesoro di competenza, esperienza, saggezza. Lavora dietro le quinte, ma con Del Moro, Ebeling, Leka e Alberti è la spina dorsale della società.

Terrieri, 1.224 partite masticate e raccontate in maglia Virtus. Come è iniziata?

«A scuola, campionati Studenteschi. Era il ’71: Gianni Bertolotti allenava, io facevo il tuttofare. Firmavo perfino le giustificazioni dei miei compagni affinché non fossero interrogati causa impegno sportivo scolastico. Ero molto prezioso».

Immaginiamo. Il microfono come le è capitato in mano?

«Sempre grazie alla scuola. Finali degli Studenteschi: istituto Pier Crescenzi contro Fermi. Non ho più smesso».

È sbarcato alla Virtus Bologna, non male...

«Mi chiama un mio professore, Dino Costa, che era il diesse: “Vieni a lavorare per il settore giovanile”. Accetto. Poi, casualità, lo speaker del palasport si ammala: lo sostituisco e...».

Ed accumula record e vessilli. Avventure che sanno di romanzo.

«Beh, trentacinque titoli complessivi come attore non protagonista. Tra gli altri nove scudetti, otto coppe Italia, due Eurolega, una coppa Coppe. E tredici campionati giovanili. C’era sicuramente un’atmosfera particolare che aleggiava su Bologna. Per me, che ci sono stato “dentro”, era tutto normale ma chi la viveva da fuori me l’ha sempre fatto notare».

Dal patron Porelli a Dan Peterson: l’intellighenzia baskettara è passata dal PalaDozza.

«Oltre ai due citati penso a Gamba, Cosic, Nikolic, Tracuzzi, Messina. Peterson lo scarrozzavo io per Bologna e ogni volta che si andava al bar era proverbiale: “Paga tu che ho solo 50.000 lire. Non ho spicci in tasca”. Allenatori importanti, giocatori importanti... Bonora, Generali, Bonamico».

Lei è sempre stato fedele alla causa. Nella buona e nella cattiva sorte si dice nel matrimonio.

«Non ho vissuto solo i trionfi. Anche il fallimento del club con Madrigali e la ripartenza con Castelmaggiore tramite Sabatini».

Speaker fino al 2014, ma dal 2007 al 2013 anche direttore sportivo. Poi...

«Poi mi mandano via in una sorta di ristrutturazione societaria. È stata una botta. Quando vai in pensione sei preparato, conosci la data e ti abitui poco a poco. Con la Virtus è invece finito tutto improvvisamente: dalla sera alla mattina. Il colpo l’ho sentito. Accusato».

Ma la foresta...

«Ho smaltito con calma. Stefano Tedeschi, presidente del Comitato regionale, mi chiese di dargli una mano. Con la Lnp ho aiutato nell’organizzazione delle finali di Coppa di Lega. Diciamo che mi sono rimesso in circolo».

Ha rifatto pace col basket

«Mannò, non ero in guerra. Mi serviva tempo per metabolizzare».

Arriva l’entusiasmo contagioso di D’Auria.

«Eh sì, difficile non farsi trascinare. Ci ho pensato un po’, lui ha insistito. Mi ha fatto piacere perché significava che voleva proprio me. Non una persona per occupare un ruolo. Inoltre le presenze di Del Moro ed Ebeling erano una garanzia di serietà».

Ed eccola in pista.

«Ero anche stufo di stare in panchina, vedere il basket da una posizione neutrale. Ho passato una vita sempre in “frullo”: viaggi, partite, riunioni. Mi stavo stancando a rimanere fermo».

Ora ci tocca ancora...

«Abbiamo lasciato un lavoro interrotto al Kleb: solo questo è già sufficiente per dare stimoli pazzeschi. C’è un progetto da finire. Quest’anno sono arrivato al “buio”, non conoscevo e ho osservato. Accettato quello che c’era. In futuro vorrei mettere anche il mio timbro per far migliorare ancora di più la società».

La stagione stava scorrendo alla grande.

«Sì, si stavano facendo le cose per bene. Per la A2, il Kleb ha un livello organizzativo alto. Sono convinto di questo progetto: non vedo l’ora di tornare per chiudere questa annata e riaprire subito l’altra».

Si preannunciano tempi incerti, ma soprattutto tasche vuote.

«Leggo e sento di tutto e di più. Le porte chiuse non servono: serve “volume” nei palazzetti. Il pubblico è spettacolo nello spettacolo. Il disagio economico ci sarà per tutti, ovvio. L’aspetto economico sarà il problema peggiore da affrontare».

Non si farà spaventare?

«Certo che no. Sapete cosa faccio quando sono giù di morale? Guardo qualche partita della Virtus del grande slam, oppure la finale col tiro da “quattro” di Danilovic del ’98». Quando tutto sembra perduto, c’è sempre un’ultima azione per risorgere. —

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