Il capo-giocatore forgiato nel fuoco Collins, affamato e tosto come il Club
Il play del Maryland ha disputato tre tornei in bianconero ed è appena stato votato dai tifosi il miglior americano mai visto a Ferrara
il racconto
Marco Nagliati
Lui è un capo-giocatore. Per il ruolo (play guardia) che gli impone di essere al centro della scena, pallone in mano. Per la mente. E per lo spirito forte. Andre Collins sbarca giovinetto e piccoletto (nemmeno 183 cm) nell’estate del 2006. Prima esperienza professionistica, prima volta lontano dagli States. Arriva in una Ferrara vorace di pallacanestro, in un Club che il presidente Mascellani vuole affamato e folle. Andreuccio nostro ha la faccia attenta e furbetta. Mette in chiaro le cose, al netto di un volto sbarbatello: «Sono cresciuto nel degrado, esami ed errori non mi fanno paura. È come se fossi passato attraverso il fuoco». Collins ha 24 anni quando veste il bianconero estense, se ne andrà tre anni dopo (e tre stagioni nello stesso team per uno statunitense sono tanta roba) da giocare di valore europeo. Vero uomo lo era già.
accademia militare
Nato a Crisfield nel Maryland (9 agosto ’82), Andre passa indenne tentacoli e ruggiti di un quartiere povero. In famiglia non mancano lutti e problemi, lui palleggia e dribbla. Ha una filosofia: «Mente aperta». Che coniuga in curiosità, testa sulle spalle, idee chiare. Ambizione e tenacia. E la storia che si apre davanti ai suoi occhi vispi sembra quella tipica americana in cui sudore e applicazione portano inevitabilmente al successo. Collins fa un anno all’Hargrave Military Academy: senso delle regole. Per un playmaker una forma di vita preziosissima. E nel 2001 il cammino stile Disneyland prosegue: entra nell’università dei suoi sogni. È un Terrapins, giocatore della Maryland University. E vince, santa madre dei dios, il titolo Ncaa. Nelle final four Maryland prima piega Kansas (97-88) poi Indiana (64-52). Gli States sono ai piedi dei Terrapins, alla fine della march madness. È la follia del mese di marzo, quando tutti gli Stati Uniti si fermano per seguire l’atto decisivo del torneo universitario.
Collins è lì, zuppo di spumante. Ma c’è un problema. In squadra è freshman, un primo anno. Davanti ha due big quali Juan Dixon e Steve Blake. Morale: gioca poco. Niente. Coach Gary Williams, un guru, lo tiene in panca. Anche nella stagione successiva. Ne consegue che Collins sbatte la porta, lascia e va a Loyola. Meno prestigiosa, ma lì diventa quello che sente scorrere nelle vene: un leader. Spreme 27.4 punti a partita, quarto bomber del paese. Rabbia e voglia di riscatto hanno avuto un peso.
niente party
Negli States si parla di lui. Non basta perché le porte dell’Nba restano sbarrate. Non si fidano. Non lo vogliono. Il racconto non volge più alla gloria. Ed è in questo momento, che si fa la storia. Coach Valli lo nota, lo corteggia. Lo ingaggia. Lo porta a Ferrara. Primo tassello di un gruppo che due anni dopo sarà promosso in A. Piccola taglia, ma grande giocatore. Peraltro, alla latitudine estense, Collins rileva il testimone di un altro folletto arrivato in sordina e ben presto diventato un big: Terrell McIntyre.
T-Mac sale sul tappeto volante (andrà a vincere quattro scudetti con Siena), Andreuccio filosofeggia sornione: «Nessun problema, io non sono un quitter». Non sono arrendevole. Non lo è. Ci mette un lampo ad assumere il ruolo di capo-giocatore. Assist, punti, difesa. Un cestista completo. Grande mano dal perimetro, sfrontato nell’attaccare l’area e sfidare muscoli e centimetri altrui. Veleggia a 17.9 punti a match. Per il Club sono playoff. Lui, alla vigilia: «È nei playoff che si vede la differenza tra un buon giocatore e un grande giocatore».
consacrazione
Piazza la zampata della consacrazione. Se l’anno prima il celebrato McIntyre nei playoff aveva avuto un calo, Collins invece si eleva: 27.7 punti. Non sarà promozione: Pesaro, poi vicente in finale con Pavia, passa 3-0 ma in partite sempre sul filo del rasoio. Bellissime. Ferrara si lecca le ferite, ma la triade Mascellani-Crovetti-Valli sa che la base c’è. Pure Collins lo capisce e rimane. In estate, con le aggiunte di Farabello e Jamison, si acquista un biglietto per il paradiso. Collins è protagonista ma non ruba la scena. Nel girone di ritorno il meccanismo è perfetto, la Carife è una macchina da guerra e viene promossa. Ecco la Serie A, mai accaduto.
Andre piace a tanti, lui è saggio: non brucia i tempi e firma ancora per il Club. Pensa: “L’ultimo step di crescita prima di ambire a traguardi più alti”. Anche stavolta non sbaglia una mossa. Quella del 2008/09 sarà la stagione più bella. Più aumentano le difficoltà, più Andre si adegua e cresce di rendimento. L’andata per la squadra è un percorso da fachiro: chiodi e sconfitte. Collins non barcolla. Non molla. Una colonna. Quando a gennaio arriva Allan Ray, esplode tutto il basket ancora sopito. Fuochi d’artificio. Farabello mette ordine, Ray fantasia, Collins regia e fiondate da fuori. Sarà il terzo bomber del campionato (17.5 punti), il 2º per palle recuperate ed il 10º per assist. In primavera demolisce la Virtus ed il reclamizzato Boykins. Se ne innamora il patron Sabatini e due mesi dopo se lo porta in Virtus. «Il basket è così - strizza l’occhio Collins alla cena del congedo -: più lo giochi e più ti innamori». Già, i tifosi questa magia non l’hanno dimenticata: Collins è appena stato votato il secondo miglior giocatore di sempre della storia di Ferrara. Il primo tra gli statunitensi. —
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