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Una goccia di Daniel numero 5: Farabello sul cielo del Club «Emozioni uniche»

Marco Nagliati
Una goccia di Daniel numero 5: Farabello sul cielo del Club «Emozioni uniche»

L’italo-argentino è stato tra i protagonisti di quattro anni vibranti Veniva dalla generacion dorada ed ha fatto brillare Ferrara 

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il racconto

Marco Nagliati

Ragione e sentimento, inevitabilmente a braccetto quando si narra una storia che inizia nel 1800. I Farabello lasciano La Spezia e sbarcano in Argentina. Cercano fortuna, mettono radici. Generazioni dopo - a Colòn - nasce Daniel Edgardo: è il 18 ottobre del 1973. In età giovanile decide di giocare a pallacanestro. Va in Brasile, vince scudetti. Entra in Nazionale. Ha passaporto italiano, così... «capisco che devo venire in Europa per migliorare ancora. Non avevo progettato niente, i bimbi erano piccoli... Non è stato facile». Daniel, nonostante l’apparenza di fragilità è invece uno tosto, lascia papà Julio Josè, mamma Isabel ed il fratello Claudio compiendo a ritroso il viaggio dei suoi avi. L’Italia diventerà il posto del cuore. Tre meravigliosi anni a Varese, finiti con un dietrofront societario mentre lui era in Giappone per i Mondiali. Anno di grazia 2006: una parentesi a Minorca. Poi Ferrara, sì: Ferrara. Quattro anni indimenticabili. Indossa la camiseta numero 5. Una goccia di Daniel e Farabello sul cielo del Club. Meglio del famoso Chanel nº 5.

In città nasce Aurora, in famiglia c’erano già Antonella e Francisco. Il nucleo, lui e la moglie Virginia: «Ci siamo conosciuti da giovanissimi, polisportiva Esport Club Cañadense. Lei faceva tennis e volley: è stato un colpo di fulmine. Ci siamo presi e mai più lasciati».

sentimenti

Ragione e sentimento, quando parli di Farabello, sono necessarie ed indispensabili chiavi di lettura. Un passepartout per sintonizzarsi su un giocatore che suol parquet ha sempre espresso un basket emozionale. Regista con un fiuto intenso per l’assist, difensore con il sottile acume di anticipare e rubare palloni. «In Spagna ero solo ed è stato l’anno più difficile della mia vita - raccontava spesso Daniel -; l’atleta non è un essere strano che vive 24 ore su 24 di sport: io sono un padre ed un marito». La famiglia lo segue a Ferrara, si allarga. «È la vita che ci siamo scelti. E ci piace». Nell’estate 2007 il trio delle meraviglie targato Basket Club confeziona il prodotto perfetto. Alla squadra vincente ed interessante dell’anno prima manca l’ultimo passettino, vengono aggiunti Jamison e Farabello. Coach Valli scende in Sicilia per parlare direttamente con Farabello, il dg Crovetti lo corteggia. Il presidente Mascellani mette budget e ambizioni. Sarà un’era memorabile: promozione in A1, due salvezze e il duro ma salvifico torneo di A2 del 2011 che blinderà categoria e titolo sportivo. «Emozioni così non sono facili da trovare» dirà Danielito, il giorno dell’addio,

Mascellani, nei frequenti momenti euforici (si vinceva tanto) lo etichettava “il Maradona di Ferrara”. Poi, tutto finisce. Il presidente ha seri problemi di salute ed imprenditoriali, Farabello deve andarsene. Torna in patria a chiudere la carriera: Formosa e Cañadense. È il 7 giugno del 2011 e a valigie fatte, Daniel respira forte: «Nelle ultime ore proprio non ho dormito. Ho dovuto prendere una decisione davvero difficile. Da una parte il cuore, dall’altra una proposta irrinunciabile». Il contratto gli arriva nel primo pomeriggio: ore 15. Lo firma 8 ore dopo, alle 23. Lacerato nei pensieri. «Perché a Ferrara ho vissuto momenti unici, compresa questa ultima stagione coraggiosa». Pensava di poter chiudere la carriera in terra estense, invece lo farà in Patria dove ora allena.

generacion dorada

Farabello è appartenuto alla generacion dorada del basket argentino. Quella che ha battuto gli Usa, vinto a mondiali e sudamericani. Daniel è stato compagno d’avventura quando iniziavano Delfino, Ginobili, Scola, Nocioni, Sconochini... Li ha accompagnati per un tragitto, poi l’età ha fatto il suo corso e s’è ritagliato gloria e affetti solidi nel Club Ferrara. Ecco, Daniel veste il bianconero con questo passato. È un professore, ma di quelli che dicono e fanno tutto col sorriso. Dà l’esempio. «Gestisco la squadra e sono rapido con le mani». Sta dietro le quinte, lascia i riflettori a Collins e Ray. Però quando serve insacca (vedi il tiro vincente all’ultimo secondo contro Reggio Emilia che nel 2011 vale un bel pezzo di salvezza). Sono 115 le partite messe a referto. È testimonial della campagna abbonamenti, col figlio Francisco che gli palleggia in faccia in un’iconica foto che simboleggia tutto. La famiglia, la squadra, il gruppo... Una città che si stringe attorno al suo capitano. «Giocando per il Club - dice Daniel - non ho mai sentito una responsabilità maggiore rispetto altrove, il basket è sport di squadra. La differenza la fa il gruppo: credo che aver giocato tanti anni con giocatori bravi mi sia sempre servito da esperienza. Con tante gare alle spalle sai capire cosa ognuno ti può dare nei momenti difficili. E a Ferrara è nato qualcosa di profondo».

Trasloca nel 2011 alla Union de Formosa, circa 1.000 km da Colòn dove è nato. Coi suoi palleggi, il ritmo cadenzato... Il movimento in anticipo per schivare un blocco. «Me ne vado tranquillo perché ho dato il cento per cento. Per la città e per la maglia». Con un figlio giocatore e lui coach, un ritorno in territorio d’Este non è pensiero peccaminoso. —

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