Allenatore e gentiluomo Il calcio piange Simoni in panchina con il sorriso
Nel ’98 il rigore negato a Ronaldo gli fece perdere la pazienza, poi vinse l’Uefa con l’Inter Un “Normal One” che non aveva bisogno di creare il personaggio. La scomparsa a 81 anni
il personaggio
gigi garanzini
Minuto di silenzio per Gigi Simoni, calciatore, allenatore e gentiluomo. Che per vent’anni ha giocato e per altri quaranta allenato sempre con il sorriso a fior di labbra: e pazienza se quell’unica volta che lo perse, e con lui l’indirizzo di casa, è l’immagine da ieri più gettonata.
Era il 26 aprile del ’98, via il dente via il dolore, e la sportellata di Iuliano a Ronaldo aveva lasciato freddo l’arbitro: al punto da suggerirgli i classici ampi cenni di continuare sino ad un calcio di rigore nell’altra area, quella interista. Lì Simoni balzò in campo e disse in estrema sintesi al signor Ceccarini che cosa pensava di lui. Non risulta se ne sia mai pentito. Il sorriso lo ritrovò a Parigi, una decina di giorni più tardi, quando la sua Inter travolse la Lazio in finale di Coppa Uefa. Ma pur senza essere bisesto, quel ’98 aveva in serbo il suo bravo colpo di coda.
Così, a fine novembre, nell’aula magna di Coverciano dove gli stavano per consegnare la panchina d’oro quale miglior allenatore della Serie A, il buon Gigi fu raggiunto da una telefonata di Mazzola che gli preannunciava l’esonero decretato da Moratti. Dovette farselo ripetere, visto che cinque giorni prima due gol di Baggio avevano liquidato il Real Madrid: e il sorriso con cui rispose alle domande dei cronisti fu per una volta sarcastico anziché no.
Le proteste con Ceccarini
Sei mesi di turbolenza in una vita da Normal-one. Forse, anzi senza tanti forse, perché la sua dimensione umana e di conseguenza anche professionale faceva serenamente a meno dei riflettori, dei primi piani. Era uno di quelli, sempre più rari, che all’idea di aver trasformato in lavoro la grande passione di gioventù si baciavano i gomiti.
Che non significa appagamento, perché per una maglia da titolare aveva sempre lottato, finché giocava, e una volta in panchina dai suoi aveva sempre preteso e ottenuto il meglio: come dimostrano le sette promozioni in serie A firmate in carriera. Ma senza mai farsi sfiorare dall’idea di aver inventato il calcio, come accade invece agli Special.
Il suo, difatti, era un football essenziale, un po’ vecchia maniera se vogliamo. Che aveva non a caso ottenuto eccellenti risultati in provincia, dove la componente umana, il rapporto con la squadra, l’educazione, il senso della misura erano valori fondanti. Non è un caso che a Genova, rossoblù, a Pisa, Brescia, Cremona, Gigi Simoni abbia lasciato tracce indelebili del suo passaggio. Perché quella era la sua dimensione ideale.
Eppure oggi la sua scomparsa è vissuta con commozione profonda anche nella Milano nerazzurra, che gli ha voluto davvero bene: al punto da imbestialirsi con Moratti quando lo cacciò a quel modo preferendogli Lucescu. Avessi detto.
Giocò da ala con Juve e Toro
Il calciatore Simoni era cresciuto nelle giovanili della Fiorentina, e dopo Mantova e Napoli e prima di Brescia e Genoa, aveva giocato 4 campionati a Torino: tre in granata e uno in bianconero. E queste sono storie davvero d’altri tempi.
Perché alla Juventus in quell’estate del ’67 avrebbe dovuto andare Meroni, di cui si era invaghito l’Avvocato. L’affare era fatto, ma a mettersi di traverso furono i tifosi del Toro che scesero sul piede di guerra: per evitare tumulti di piazza, e di fabbrica, Meroni restò dov’era. E alla Juve andò per l’appunto l’altra ala, Gigi Simoni.
L’offerta della Juve, già cospicua di suo, era lievitata dopo il fantastico gol segnato da Meroni a San Siro che fece saltare la lunghissima imbattibilità interna dell’Inter di Helenio Herrera e pose le premesse per l’incredibile rimonta finale della Juventus dell’altro Herrera, Heriberto. Era il Toro dei tre triestini, Rocco allenatore, Giorgio Ferrini capitano e Cesare Maldini direttore generale della difesa. E dei due Gigi sulle ali, Meroni e Simoni, che di massima giocavano rispettivamente a destra e a sinistra: ma a seconda delle caratteristiche degli avversari spesso s’incrociavano.
Fu proprio Simoni, a una commemorazione triestina del Paròn, a raccontare che Rocco alla vigilia convocò anche loro due alla riunione della cosiddetta commissione interna e li lasciò liberi di decidere: Meroni scelse Facchetti per provare a portarlo fuori zona e Simoni andò a infilarsi dalle parti di Burgnich. Così nacque, le immagini ci sono, il gol-capolavoro di Gigino Meroni.
Raccontò anche, quella sera, che se passava per un allenatore dal volto umano lo doveva agli anni passati col Paròn. Andava per i 70 ormai. Ma finì ugualmente per commuoversi davanti alle migliaia di persone che gremivano piazza Unità. —
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