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Davide ora è un assistente-papà Agente Fifa ormai da ventitré anni

v.c.

«All’inizio non pensavo  di poter essere all’altezza Ho avuto la fortuna di crescere tanti ragazzi e poi vederli arrivare in Nazionale»

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Quando e come, in Davide Torchia, è nata l’idea di fare il procuratore e com’è il mondo del pallone visto da questa prospettiva? Ecco le riflessioni dell’ex portiere spallino: «Inizialmente, dato il senso di appartenenza che avevo per i club, pensavo di rimanere all’interno di questo mondo come allenatore o dirigente. Questa idea del procuratore invece è nata per caso: all’inizio non pensavo di essere all’altezza o fare la carriera che ho fatto».

«Il mio attuale socio, che prima era stato il mio procuratore, Tullio Tinti, mi disse che per lui potevo fare questo mestiere perché avevo le caratteristiche adatte. Ho iniziato quindi a lavorare, a studiare giurisdizione giuridico sportiva nazionale e internazionale, sono diventato procuratore sportivo italiano e agente Fifa e sono 23 anni che svolgo la professione».

«Ho avuto la fortuna e la grande soddisfazione, più che di business, di crescere tanti ragazzi presi a 14-15 anni che giocavano nelle giovanili, e vederli arrivare in serie A o in Nazionale - aggiunge Torchia -: sarò rimasto romantico ma è questo di cui vado orgoglioso».

Analogie tra il mestiere del portiere e del procuratore? Ecco Torchia: «Il portiere è abituato a stare solo e questo è un mestiere in cui sei molto solo, prendi delle decisioni importanti con il tuo assistito ma spesso i tuoi assistiti sono giovani e inesperti. E tu sei quello che deve dare loro il consiglio giusto e, tante volte, tu puoi avere la mentalità giusta ma il consiglio si può rivelare non perfetto anche in buonissima fede. Quindi hai delle grosse responsabilità. Lavorando sul singolo devi sapere quando fare la voce grossa, quando saperlo stimolare, quando saperlo coccolare. È come essere padri 250 volte. Diventi e sei un pezzo di famiglia».

Lei, Davide, è figlio d’arte sportivo: suo papà Alfonso, ciclista d’altri tempi, il 20 maggio avrebbe compiuto 100 anni. «Lui mi ha dato la mentalità e la professionalità. Venendo dalla guerra, dove avevano pochissime attrezzature, cercava di darmi le migliori già nei dilettanti: quello che lui non aveva avuto. Andando in Nazionale, per la preparazione dei campionati del mondo, non avevano neanche la maglia azzurra da dar loro. Già a 16 anni, quando ero in Prima categoria, mi indicava i sacrifici da fare». —

v.c.

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