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Addio Corso, uno Stradivari al posto del piede mancino

Gigi Garanzini

L’ex nerazzurro scomparso a 78 anni. Proverbiale la sua foglia morta

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il ricordo

Gigi Garanzini

Minuto di silenzio in quest’anno maledetto anche per Mario Corso, primo violino nell’indimenticabile orchestra della Grande Inter. Sul podio a dirigere la bacchetta di Suarez, pronto a cederla nelle fasi di sofferenza difensiva a capitan Picchi: ma una volta riconquistata palla era la sublime melodia di Mariolino a innescare e a illuminare il crescendo degli altri solisti, e Dio sa se ce n’erano in maglia nerazzurra in quella seconda metà degli anni ’60. Sulla sua schiena appena arcuata il numero era l’11: quanto di più diverso si riesca a immaginare rispetto a Riva o a Prati. Mariolino quella sua corsia avanzata la frequentava il meno possibile, per due ragioni. La prima è che, liberandola, creava le praterie necessarie agli affondi di Facchetti. La seconda, che una volta assolta quella funzione tattica, Corso si sentiva libero di portare il suo violino a spasso per il campo ad ispirare l’assolo dei compagni. Perché quella era la sensazione che se ne aveva dall’alto delle tribune: anche se poi era uno di quei falsi lenti che sembrava sempre di poter prendere e invece non prendevi mai, perché la naturale souplesse era un’altra delle sue magìe da Mandrake. Andavano di moda negli ’80 le partitelle tra vecchie glorie e giornalisti con la fregola del pallone anche giocato. Una mattina al campo Cappelli si presentò anche lui, col suo sorriso e i calzettoni alla cacaiola, omaggio all’idolo di gioventù, e chi se non Sivori? Aveva doppiato da un po’ il capo dei quaranta, due placche recenti a tibia e perone, un inevitabile accenno di pancetta. In capo a mezz’ora avevamo tutti il mal di testa, noi dilettanti allo sbaraglio, tra un dribbling da fermo, un tunnel a regola d’arte e certi allunghi che non sembravano, ma vigliacco se lo prendevi più.

Un marchio di fabbrica. Come la foglia morta. Gliel’aveva insegnata e coltivata il suo primo allenatore al San Michele Extra, Nereo Marini, alla fine dei ’50, al tempo in cui Didi l’aveva brevettata al Botafogo. Difficile immaginare che in epoca di cinegiornali, altro che Sky a tutte le ore, il veronese Mariolino avesse trovato il modo di copiare una giocata brasileira. Ma se anche fosse, quella di Corso sarebbe stata una libera interpretazione. Perché il destro di Didì, era più teso, più forte, e planava all’improvviso in quanto calciato con le stesse due dita che avrebbero poi reso celebri Dirceu e Juninho. Mariolino no. Lui la palla più che calciarla l’accarezzava d’interno, la faceva sfarfallare nell’aria e la mandava a spegnersi, esausta, sotto l’incrocio dei pali. Ne ho vista una dal vivo a San Siro, da dietro la porta che Brera chiamava del freddo: s’infilò così dolce che parve di cogliere il fruscìo sottile della rete.

Prima di chiudere la carriera nel Genoa, ha giocato per sedici stagioni nell’Inter con un bottino di 94 gol in 502 partite. Fosse dipeso da Herrera ne avrebbe giocate ben di meno, visto che a ogni mercato estivo lo piazzava in testa alla lista dei partenti. Angelo Moratti leggeva, stracciava il foglio e incaricava Allodi di ritoccare l’ingaggio, all’insù: un anno che la prese peggio del solito, perché doveva pure aver capito quell’accidente di allenatore che Mariolino era il cocco del presidente, gli fece trovare sotto casa l’ultimo modello di spider di gran moda. A Corso, non certo a Herrera. Dietro i suoi modi gentili aveva anche il suo bel caratterino, Mandrake. E un evidente idiosincrasia per quel cognome, Herrera, se è vero che quando in panchina arrivò Heriberto andò peggio che con Helenio. Difatti durò poco, il paraguagio. E cacciato lui, Mario giocò il miglior campionato della carriera, ispirò a Boninsegna una caterva di gol e guidò l’Inter a una impensabile rimonta scudetto.

Lo ha cantato Berselli, nel suo delizioso “Il più mancino dei tiri”, lo ha catalogato tra i fuoriclasse del suo tempo Pelè che lo avrebbe voluto con lui al Santos, come papà Moratti avrebbe voluto Pelè all’Inter col suo gioiello. Non ha avuto fortuna in Nazionale, perché i Ct di allora prima gli preferirono Rivera, e passi, e poi decisero di fare a meno di tutti e due così imparavano a nascere fuoriclasse. Non ha avuto fortuna nemmeno da allenatore se non guidando la Primavera, prima al Napoli poi all’Inter. Amen. Chi ne ha amato il talento si terrà stretto il ricordo di quello Stradivari che gli faceva da piede sinistro. —

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