«Il mio Pietro e l’ossessione del ’72 Un testimone tradito dalla storia»
La moglie di Mennea pubblica il diario su Giochi di Monaco e terrorismo
l’intervista
Giulia Zonca
In un’estate senza Olimpiadi tornano i Giochi del 1972 con un libro, un diario che diventa indagine storica e scava dentro una tragedia che lo sport non ha mai voluto metabolizzare, il settembre nero che ha cambiato lo sport. Pietro Mennea, che ha vinto il bronzo nei 200 metri in quell’edizione ne ha ripreso i giorni, indagato le conseguenze, scrutato le reazioni a distanza, poi il testo è rimasto in un cassetto fino a che la moglie Manuela lo ha tirato fuori.
Perché adesso?
«Il ritardo è colpa mia, il libro era pronto, curato, le ultime bozze sono state corrette poche settimane prima della morte di Pietro. Ma io sapevo che era un lavoro denso, che prendeva posizione e non volevo che venisse strumentalizzato, che facesse piovere critiche».
Se le aspetta?
«Lui dice chiaro che il Cio ha sbagliato, quei Giochi dovevano fermarsi e ripete i nome degli undici israeliani morti, continuamente. Erano sportivi, come lui, a Monaco per un sogno. Si sentiva parte della loro storia, ha lottato perché i Giochi di Londra, che cadevano a 40 anni dalla strage, li ricordassero ufficialmente. Nel libro ci sono le lettere scritte a Rogge, allora capo del Cio, a Cameron, allora premier della GranBretagna e a Coe, presidente del comitato organizzatore».
E ci sono le risposte?
«Sì, tutte molto gentili e participi. E nessuno che prenda un’iniziativa, spiegano gli approcci con le famiglie, gli appuntamenti di commemorazione fuori dal protocollo dei Giochi ma nessuno si fa carico del reale problema: ricordarli in un’occasione ufficiale».
Perché Mennea ha voluto indagare a fondo quell’anno?
«Lo aveva segnato, la sua carriera ha incrociato un fatto enorme che ha segnato la storia. Si sentiva testimone e da sportivo, credo, tradito. Lo sport aveva fallito la propria missione: essere portatore di valori, mescolare atleti del mondo a prescindere dalla provenienza, proteggere questa identità così speciale. La strage ha cambiato tutto e le Olimpiadi hanno solo cercato di superare subito il trauma».
Si parte dal 1972 e si arriva a Obama.
«Pietro racconta il suo incontro con Tommie Smith, era convinto che senza di lui non ci sarebbe stato Obama presidente».
Che Mennea ha ritrovato?
«Il solito uomo pronto a farsi coinvolgere. Per me è stato doloroso: ricorda quando ci lavorava, nei giorni della malattia, ma poi c’è anche tanto di lui, dell’atleta che era, dello studioso che è voluto diventare. E c’è la tenerezza del ragazzo che si esalta perché scambia spillette con gli altri campioni. Il mio unico contributo è la foto con il gagliardetto pieno dei “pins” delle altre nazioni. Penso a come sono gli atleti di oggi».
Oggi Mennea si sarebbe inginocchiato per la parità dei diritti?
«Si sarebbe inginocchiato e oltre». —
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