Cronaca di una retrocessione Da dimenticare immediatamente
La sconfitta di ieri ha messo il punto finale su una stagione nata male e proseguita peggio Ora si deve guardare avanti e provare a scrivere un capitolo felice come quelli degli anni scorsi
il punto
Cronaca di una retrocessione è un meraviglioso racconto di Giorgio Astolfi, splendido e sensibile scrittore ferrarese nonché ex attaccante della “De Martino” della Spal negli anni ’60.
Il titolo del libro si adatterebbe perfettamente per riassumere questa stagione 2019/2020 dei biancazzurri che ieri ha visto arrivare, con annunciato e largo anticipo, il verdetto matematico della caduta in serie B. Il fatto è che c’è retrocessione e retrocessione. Quella narrata da Astolfi descrive un’epoca, il sogno (non realizzato) dell’autore e dei suoi compagni di squadra nel Bernalda - serie D - 1967/68, ed è intrisa di romanticismo e malinconia e realtà, narra «la storia straordinaria di un meraviglioso fallimento».
Qui è diverso. La retrocessione di questa Spal racchiude solo il fallimento, nudo e crudo, al culmine di un torneo nato male e proseguito peggio. L’avventura in serie A termina (per il momento) dopo tre stagioni, esattamente come era accaduto negli anni ’60 dopo il ritorno sul grande palcoscenico: 65/66, 66/67 e poi la retrocessione alla fine del campionato 1967/68.
Capita. Ci sta. È evidente che la Spal a questi livelli deve sempre lottare per la sopravvivenza. Il consolidamento in categoria passa anche attraverso disavventure di questo genere, fisiologiche per una provinciale. C’era margine per evitare che accadesse quest’anno? C’era, eccome, ma sono state sbagliate le valutazioni estive, con l’imperante presupponenza di ritenersi più belli e più bravi: rispetto alla stagione precedente e rispetto alla concorrenza. Invece era tutto il contrario.
Quando però parliamo di fallimento, ci riferiamo ad un fallimento tecnico-sportivo. Ai vertici societari “rimproveriamo” solo tre cose:
1) aver rinnovato con Semplici, quando era evidente che al primo scricchiolio il tecnico sarebbe stato messo in discussione, salvo poi tenerlo a lungo sulla graticola prima di decidere, perdendo tempo (e lo stesso vale per l’allenatore: è rimasto ben sapendo che non sarebbe stato al riparo, anzi). Una reciproca continuazione di convenienza che ha nuociuto ad entrambe le parti.
2) aver davvero creduto (per presunzione o per fiducia), che il futuro d.s. del Torino avesse allestito una squadra più forte della precedente, o quantomeno di pari livello. Non è perché si spende di più (e gli esborsi della proprietà sono stati innegabili) che si migliora
3) aver scelto Di Biagio come successore di Semplici, quando l’ex c.t. dell’Under 21 non aveva esperienza alla guida di una squadra di club
Ma sono incidenti di percorso, che possono anche servire. La fiducia e la stima (quanto successo dal 2013 a oggi non può essere cancellato per una retrocessione dalla serie A) nei confronti di proprietà e dirigenza restano intatte. Ed il bello, in fondo, è pensare già a ripartire. Per provare a scrivere un nuovo capitolo, esaltante come quelli precedenti l’ultimo.—
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