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La grande meta del Cus: proteggere il vivaio Niente gare né contatti, gli stimoli mancano

Dario Cavaliere
La grande meta del Cus: proteggere il vivaio Niente gare né contatti, gli stimoli mancano

I ragazzi delle Under non giocano da gennaio, questo ulteriore stop è pesante. Gambetti: «Correre e basta è noioso»

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FERRARA

È innegabile che in questo momento di difficoltà generale legato alla pandemia in atto, lo sport stia vivendo uno dei momenti più bui che si possano ricordare.

Soprattutto negli sport di contatto, attività agonistiche e non cancellate, discipline snaturate nell’essenza pur di restare attive e non morire nel senso letterale del termine. Pur non avendo un obiettivo in tempi brevi, con ovviamente tutti i campionati cancellati (come nel football americano giovanile) o posticipati a data improbabile nel 2021, come nel rugby in tutte le categorie esclusa l’eccellenza nazionale, più per prender tempo adesso che per effettiva possibilità di portare poi a compimento una stagione.

conseguenze

Un indotto che vacilla e che potrebbe avere serie conseguenze ben oltre i rettangoli di gioco. Con il rischio di veder evaporare interi settori giovanili, le società provano ad andare avanti in equilibrio fra il bene del ragazzo-atleta ed il bene comune, cercando di schivare ulteriori rischi di contagio oltre a quelli dati dalla quotidianità oggi consentita. Nicola Cavicchi è il tecnico dell’under 16 del Cus Ferrara rugby e come tanti colleghi vive questa realtà in prima persona.

«Il difficile adesso è motivare i ragazzi per venire ugualmente al campo, dice il tecnico, anche se non giochi da 10 mesi e si giocherà – forse – fra altri 3. Se prima insegnavi loro il rugby, adesso devi inventarti ogni giorno una cosa nuova, che di fatto rugby non è, che li stimoli comunque e li tenga concentrati. Niente gioco collettivo e soprattutto niente contatto; ed ecco una grossa base di preparazione atletica fatta però con la palla in mano, oppure skills di passaggio o gioco al piede. Tutti debitamente distanziati e con la sanificazione di mani e palloni dopo ogni esercizio. Ma quanto potremo andare avanti così?».

«Il rugbista nell’essenza è un agonista - prosegue Cavicchi - e quindi ci siamo inventati competizioni di dodgeball con la palla da rugby o di freesbee dove in ogni esercizio all’apparenza lontano anni luce dal nostro sport, cerchiamo di inserire una peculiarità propria del rugby».

riflessioni

Il punto di vista dei giovani atleti viene sintetizzato dalle parole di Giovanni Gambetti, promettente trequarti nonché capitano dell’under 16 del Cus Ferrara. «Per noi anche senza utilizzare gli spogliatoi e col sacrificio di correre a casa a far la doccia, è già un’ottima cosa poter andare ugualmente al campo e sfogarci un po’ - dice il giocatore -. È vero, senza il contatto fisico – che tra l’altro è la cosa che ci manca di più – non è rugby, non è il nostro sport, ma fai attività, vedi amici e compagni e tieni vive relazioni che mancano. Non gioco una partita da gennaio e mi manca molto, ma capisco che non si può e ci adeguiamo».

capitano

«Come capitano - prosegue Gambetti - non ho bisogno di spronare più di tanto i compagni. Al campo siamo sempre presenti e c’è voglia di fare. Correre e basta è noioso e fa passar la voglia; per questo siamo grati ai tecnici che rendono il lavoro interessante sempre con cose nuove».

Poi, in chiusura una considerazione, acuta. «Perdere una stagione sportiva per molti vorrebbe dire passare di categoria senza aver mai giocato con quella precedente. Per noi passare in under 18 è gap minore, ma penso agli under 14 catapultati nella 16 dove inizi a fare rugby serio senza aver fatto il giusto apprendistato».

Stoppare i passaggi di categoria per un anno (cosa già fatta nel football) potrebbe essere un suggerimento per la federazione. —

Dario Cavaliere

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