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LA SVOLTA TATTICA 

Quando la malinconia veste il numero dieci Il calcio dei culturisti si mangia il talento

Giorgio Billeri
Quando la malinconia veste il numero dieci Il calcio dei culturisti si mangia il talento

Da Gomez a Dybala, da Eriksen a Luis Alberto: tempi grami I nostri allenatori mandano in soffitta l’uomo dietro le punte

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Giorgio Billeri

La malinconia ha scelto la sua maglia, e il suo numero: il dieci. Quello che da sempre è stato il simbolo della fantasia al potere, del talento, della giocata estemporanea capace di rompere i rigidi schemi tattici di ogni partita. Maradona, Pelè, Roberto Baggio, Del Piero, Totti, Zola, Rivera, Antognoni e tanti altri che non possiamo consegnare all’oblìo. Quelli che ci hanno fatto innamorare di quella sfera di cuoio che nonostante tutto non smette di rotolare. Ma è il tempo della malinconia: il football dei giorni nostri sembra proprio aver sacrificato i piedi di zucchero, gli anarchici del gesto, i rifinitori sull’altare del calcio dei superman, dei giocatori box to box, capaci di salvare un contropiede avversario e subito dopo farsi trovare in area di rigore, degli ipervitaminizzati, tutti forti ma anche abbastanza uguali. In Italia, in particolare, è davvero un momento complicato per i dieci. Che vivono ai margini delle squadre, grandi o piccole, per motivi diversi ma in fondo analoghi. La punta dell’icerberg è il caso che sta scuotendo Bergamo e la favola bella della Dea: Papu Gomez, un dieci fatto e finito, a un certo punto è uscito dalle grazie tattiche del Gasp: troppo accentratore, soprattutto un elemento di disequilibrio per una squadra che all’improvviso ha avuto paura di se stessa e della sua vocazione iperoffensiva. Dunque, sono volati gli stracci, Papu escluso, convocato ma in panchina, musi lunghi, post di fuoco sui social e adesso, a gennaio, il Papu sarà la pepita d’oro sul mercato: a 33 anni, integro, mezza Europa è pronta a prenderlo.

Numeri 10. Come Paulo Dybala, in pochi mesi dalle stelle al sottoscala bianconero. Agnelli, qualche giorno fa, stizzito gli ha detto di muoversi, che le offerte di rinnovo non sono eterne. Paulo, che sembrava la reincarnazione di Omar Sivori, tra Covid e infortuni ha perso il posto e la fiducia. Pirlo grida ai quattro venti di aspettarlo, ma intanto Morata - che segna sempre - ha guadagnato lo scranno alla destra del Dio Ronaldo. Numeri 10, anche se sulla maglia hanno il 24. Christian Eriksen, pallido prence danese, era stato preso dal Tottenham per far decollare il gioco dell’Inter, sempre troppo compassato. Presentazione alla Scala, nientemeno, primi approcci confortanti, assist dolcissimi e folgoranti punizioni. Piano piano, è scivolato in soffitta: un carattere fragile, certo, ma anche le scelte di Conte che non a caso ha chiesto Vidal: muscoli più che cerebro, interdizione più che intuizione. Eriksen è un caso che mezza Italia non sa spiegarsi: perchè non gioca? Antonio non risponde, e il famoso piano B resta lettera morta. Anche lui, idealmente, ha già preparato fiori di bagagli. Cosa che potrebbe fare un altro mammasantissima come Luis Alberto: nel 3-5-2 di Inzaghino è sempre stato il valore aggiunto, quest’anno senza il consueto supporto muscolare dei centrocampisti è una sbiadita controfigura. Tanto da arrivare a tuonare contro Lotito, lesa maestà per un laziale, dopo l’acquisto dell’aereo aziendale. «Si, ma intanto non ci pagano». Segue multa e inevitabile purga. E a Firenze colui che ha preso la 10, con benedizione del Re Antonio, è finito schiacciato da quel peso: Gaetano Castrovilli, un altro desaparecido. Che malinconia, il 10. —

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