Nell’universo di Leka Dal tugurio alla nobiltà con uno slogan chiaro «Kleb: lavoro e unità»
Esattamente due anni fa Spiro subentrava in panchina a Bonacina I biancazzurri erano ultimi, adesso sono in lotta per la promozione
la storia
Marco Nagliati
Spiro Leka è nato a Tirana (Albania) il 14 gennaio del 1965. Ex cestista (ruolo playmaker), allenatore di basket. Il 28 gennaio 2019, in un pomeriggio di pioggia, stringe la mano a Ferrara. Nuovo allenatore del Kleb Basket al posto di Bonacina: derby con Cento perso, gara di Piacenza persa. Biancazzurri ultimi a quota 10; due punti più in su Jesi, Cagliari e la stessa Benedetto XIV Cento. La società esonera il giovane nocchiero e chiama Spiro. Due anni esatti dopo, il Kleb è secondo in classifica con il malcelato obiettivo di lottare per la promozione in Serie A. La squadra ha seguito, di passo in passo, la spinta propulsiva data all’organizzazione societaria dal presidente Francesco D’Auria. Fu il massimo dirigente, nell’ora più buia, a scegliere Leka. Uomo delle minors, legato a Pesaro. Con un vissuto da romanzo.
Tanta esperienza nel sottobosco (Fano, Morciano, San Marino, Santarcangelo) e poca vetrina nel curriculum. Del resto, Spiro ha attraversato e poi dribblato l’era della dittatura di Enver Hoxha: in patria era un primattore (leader del Partizani, il team espressione del Ministero della difesa), in Italia s’è guadagnato da vivere facendo il magazziniere in una ferramenta. È il 1989, crolla il muro di Berlino: Spiro ha sete di libertà, attraversa il mare con la moglie Rudina. Parte da zero. In lui, D’Auria scorge il possibile uomo della resurrezione. E non sbaglia. Ventiquattro mesi dopo, la griffata Top Secret è luce.
rinascita
«Ero un privilegiato in un contesto di dittatura - ci racconta pochi giorni dopo essersi accasato a Ferrara -, vivevamo in una realtà inimmaginabile: ogni trasferta era fonte di terrore per i controlli. Gli interrogatori, la dogana... L’impossibilità di avere rapporti col mondo esterno». Leka fa un assist alla sua vita, di quelli che solo i talenti sanno trasformare in due punti. Emigra. «In Albania ero un personaggio, in Italia l’ultimo arrivato. Testa bassa e lavorare. In due anni divento capo magazziniere e comprendo pure il dialetto». Nel 2004 ottiene il patentino di coach nazionale, nel 2010 inizia a guadagnarsi da vivere col basket: giovanili Victoria Libertas Pesaro. Che salva in A da subentrato con un mirabolante finale di stagione nel 2018 («campionati da trincea - ricorda Spiro -: fare miracoli con risorse che non hai»). Ecco, il Kleb per non sprofondare sceglie quest’uomo. Che dopo due giorni debutta e perde al supplementare contro Montegranaro, secondo. Poi vince di uno (86-85) a Cagliari nel match della svolta. Oltreché essere uno scontro diretto. La squadra si esalta: oltre ai sardi, vengono battute in sequenza Imola, Jesi e Forlì. Rinascita. Orgoglio. Salvezza alla portata. Leka entra nel sottopelle estense non soltanto per i risultati, soprattutto perché crea empatia immediata. Vive la città (passeggia in centro con la moglie, va alle mostre di palazzo Diamanti), crea slogan che accarezzano la leggenda: «Siamo ancora nel tugurio» sottolinea al termine di ogni conferenza stampa. Okay, abbiamo portato a casa anche questa ma l’emergenza non è finita. «Chiedo alla squadra di lottare: bisogna lavorare più di testa che di tecnica. Aspettare regali altrui è mentalità perdente». La salvezza arriva in anticipo, sfiora addirittura i playoff che ammiccano due punti sopra. A bilancio il 50% di vittorie sotto la sua gestione (6/12).
ripartenza
È il vagito di un progetto. Ovviamente rimane al Kleb (triennale) e indica la sua filosofia: «Meglio tre giocatori da 10 punti ciascuno che uno da 30, perché se il cannoniere è in serata storta rischiamo di perdere troppe volte». Ecco l’addio a Swann, la conferma di Campbell e la fiducia nel nucleo di italiani rappresentato da capitan Fantoni. Si aggiungono Baldassarre e Vencato, i giovani Zampini (finirà ko) ed Ebeling. Poi la scommessa - vinta - di Wiggs. Il Kleb cresce e vince, appassiona e piace. Perde soltanto con le big (Ravenna, Forlì e Verona), intravede i playoff. L’8 marzo 2020 batte Roseto 87-83 e si chiude bottega causa coronavirus con estensi al terzo posto. Quest’anno l’ambizione sale di un gradino. Zampini torna a disposizione, poi dannatamente si fa male un Ebeling in evidente rampa di lancio. I totem indigeni rimangono, la coppia a stelle e strisce è di valore assoluto: Kenny Hasbrouck e A.J. Pacher. La Top Secret non delude pur in un campionato reso complicato da tamponi e pericolo positività al Covid-19; partite ravvicinate e pubblico assente. Leka governa tra qualche cazziatone e un mulinar di braccia; una carezza e un moto d’orgoglio.
«Sono influenzato dalla scuola italiana - ha raccontato -: quindi Ettore Messina che ho seguito molto quando era a Treviso. E Sergio Scariolo che mi ha invitato ad assistere a suoi allenamenti quando era a Malaga. Ma sono aperto a tutto. Con una consapevolezza: al Kleb dobbiamo risolvere le cose da squadra. Le magie non si fanno». Due anni di Kleb urlando contro il cielo, come da colonna sonora scelta per la presentazione della squadra nell’agosto 2019. Ed è sempre #vitafiga: domani big match a Napoli (secondo), domenica big match con Forlì (primo). —
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