«Incastrati per le accuse alla Iaaf Io e Alex eravamo scomodi»
Sandro Donati, il primo che ha creduto nella redenzione di Schwazer, lancia una proposta «Un campione delle urine sigillato davanti agli ispettori e affidato a un laboratorio certificato»
L’INTERVISTA
C’è un uomo di 36 anni da rimettere in marcia. Un campione in grado di vincere le Olimpiadi di Pechino nel 2008 solo con le sue forze. Cinquanta chilometri massacranti, un passo dopo l’altro. Un uomo dalla grande resistenza ma dall’animo fragile, che nel 2012 si dopa per tenere il ritmo dei marciatori russi, più drogati di lui. Un uomo che ha pagato una prima volta, restando inizialmente in silenzio. Ma in grado di rimettersi in carreggiata scegliendo Sandro Donati nel 2015, l’allenatore emblema della lotta al doping che tre anni prima, segnalando alcuni suoi comportamenti sospetti all’agenzia internazionale antidoping, lo fece incastrare.
Quel Sandro Donati che ha creduto nella sua redenzione. E forse per questo, è diventato il vero obiettivo di un mondo fatto di corruzione, mazzette milionarie e poteri più o meno occulti.
Il marcio della marcia. Per colpire Donati hanno mandato al macello Alex Schwazer, ora assolto dal gip di Bolzano per non aver commesso il fatto.
L’esclusione alle Olimpiadi di Rio, anzi, arrivò con l’alterazione della sue urine, nelle quali verranno trovate, dopo un lungo girovagare di laboratori, tracce di testosterone. Ora la vittoria più bella per Schwazer e Donati, che dopo aver recuperato l’onore cullano il sogno di avere un biglietto aereo per Tokyo, sede della prossima Olimpiade.
Donati, quali sono state le prime parole che le ha detto Alex dopo l’archiviazione?
«Era emozionato e per la verità lo ero anche io. La fine di un incubo. Ci siamo detti che il primo obiettivo, quello di dimostrare la verità, era più importante di qualsiasi altra medaglia. Spero che ora questa vicenda serva a far riflettere tutto il sistema sportivo: quello italiano deve tutelare Alex come patrimonio della squadra italiana e come rappresentate olimpico. Ognuno deve fare la sua parte».
Lei crede che per lui, a 36 anni, il sogno olimpico sia ancora possibile?
«Alex si è sempre allenato, anche durante il lockdown sul tapis roulant nella sua casa di Vipiteno. Ma bisognerà lavorare ancora e supportarlo. Dal 2016 ha speso praticamente tutto nella causa legale, oltre a perdere anche tutti gli sponsor. Quindi oggi lavora, fa il personal trainer. E quando ha dei ritagli di tempo si allena. Ma il talento è ancora cristallino. Sono chiaro: qualora Coni e Federazione riuscissero a far valere il peso della sentenza le assicuro che in quattro, al massimo cinque settimane, lo potrei rendere pronto per fare una gara di iscrizione».
Questo caso può essere la punta di un iceberg. Ma il mondo dell’antidoping va rivoluzionato?
«Rivoluzionato no, ma cambiato sì. Quali garanzie ha l’atleta nei controlli antidoping? Praticamente nessuna, visto che l’urina viene prelevata, divisa in due flaconi che l’atleta non può più controllare. Come può difendersi in caso di accuse, come accaduto ad Alex? Io ho fatto una proposta semplice. Bisogna ripensare l’intero meccanismo, mettendo in una provetta un terzo campione di urina, da sigillare davanti agli ispettori dell’agenzia antidoping. Quel campione resta a disposizione dell’atleta che lo deposita in un laboratorio, magari uno certificato. In caso di esito positivo può essere usato per difendersi nelle sede opportune, altrimenti il campione viene eliminato. Altro aspetto è quello delle regole. Gli atleti hanno paletti strettissimi entro i quali muoversi, obblighi che, invece, non hanno le agenzie antidoping e le federazioni».
La Wada, però, ha definito infondate le accuse del giudice nei suoi confronti.
«Dicono di essere parte terza nella vicenda, ma guardate cosa scrive la gente su Twitter sotto al post con il loro comunicato. È tutto lì. Sicuramente fin da subito siamo stati visti come un binomio scomodo. Alex era testimone a un processo contro due medici proprio il giorno del controllo a sorpresa, io avevo trovato un database che documentava l’inerzia di una Iaaf corrotta che andava a prendere i soldi dai russi e a ricattare gli atleti facendosi pagare. Anche la Wada è chiamata pesantemente in causa dal giudice, non può fare finta di nulla».
Cosa la convinse ad accettare la proposta di allenare Schwazer e, alla luce di quanto accaduto, rifarebbe tutto nello stesso modo?
«Fu una frase, mi disse “io me la sento di mettermi in gioco solo con le mie forze. Lei se la sente di sporcarsi le mani con me?” . E sì, certo, rifarei assolutamente tutto». —
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