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Da Capannoli a San Siro Il diritto spallino a sognare

Da Capannoli a San Siro Il diritto spallino a sognare

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Che ne sarebbe stato della Spal al tempo della Superlega? Quale dimensione calcistica avrebbero vissuto i biancazzurri? Con quale ruolo e con quali risorse? «È un comportamento che va a ledere un diritto che non è solo circoscritto al calcio, il diritto che il più debole possa farsi strada. Non è che perché hanno fatto disastri, perché queste società sono gestite da potenti, prepotenti, debbano poi farla pagare alla piccola società che fa le cose per bene. Capisco che il calcio cambia, che il mondo va veloce, ma non è una giustificazione che se il mondo va veloce bisogna calpestare i più deboli o bisogna venir meno a dei diritti legittimi. Il calcio è di tutti ed è meritocratico». Pillole estratte dall’accorato sfogo-accusa di Roberto De Zerbi, l’allenatore del Sassuolo che si è scagliato contro gli artefici della creazione della Superlega. De Zerbi si è fatto paladino di valori antichi, quelli dello sport – del calcio – popolare, con una valenza sociale, aggregante, con l’irrinunciabile componente del sogno, dell’impresa, della sfida. Il football che affonda le proprie radici nei campetti, nelle strade, nell’appuntamento irrinunciabile degli spalti, nei percorsi di riscatto ed affermazione. Il calcio della gente e dei primattori, come di chi sta dietro le quinte, al di là della dimensione di industria che ha portato sempre più ad una certa deriva globale.

il paragone

Che il discorso esuli dall’aspetto sportivo è stato reso lampante anche dalle voci scese in campo a difesa dell’indifendibile. Come quella della giornalista, esperta di finanza, che ha affermato: «La Superlega ha un impatto economico per chi ne fa parte. Inter, Milan e Juve hanno l’83% dell’audience dei tifosi italiani. Incassano il 21% dei diritti tv in totale. L’Inter con 4 milioni di tifosi incassa 80 milioni di euro all’anno in diritti tv. La Spal ne incassa 40 e c’è una sproporzione, secondo le grandi, tra bacino tifosi e quanto incassano. È simile a quanto incassano le grandi». Quindi facciamo fuori la Spal (che i 40 milioni quest’anno se li è solo sognati, ovvio) e le sue sorelle? Della serie: il pallone lo portiamo noi e la torta ce la mangiamo tutta. La Spal ha rubato nulla. Ciò che è arrivata a guadagnare in termini di introiti economici, di diritti tv, se l’è guadagnato attraverso i risultati sul campo, unico terreno meritocratico. Perché questo sudato privilegio dovrebbe ora essere calpestato/annullato? Perché la Spal non può competere con l’Inter, la Juve e il Milan, e magari battere ancora questa o quella, come ha già fatto nel corso della sua pluricentenaria storia?

da capannoli a san siro

La Spal sogna il ritorno in serie A per godere di nuovo degli innegabili benefìci economici, ma anche per coltivare l’impagabile sogno dell’affermazione sulle big. La competizione sportiva non può essere cancellata dalla prepotenza finanziaria e dall’arroganza di chi la maneggia. Non sappiamo se e quando la Spal tornerà in A, se realizzerà il mezzo miracolo da qui a un mese o se dovrà riprovarci su altre basi. Sappiamo però che i suoi tifosi, coloro che la amano, non saranno 4 milioni ma coltivano una cultura antitetica a quella del “calcio moderno”. La cultura di chi c’era (con orgoglio) a Capannoli col Forcoli per poi giungere ad entrare a San Siro e allo Stadium, dove ha tutti i diritti di sperare di tornare. –

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