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PIANETA BIANCAZZURRO

Buriani spinge la Spal: «Risalire è dura, stagione ok»

Buriani spinge la Spal: «Risalire è dura, stagione ok»


Il campione ferrarese di Milan, Napoli e Roma, fa il punto della situazione in vista del rush finale:ripartire dopo una retrocessione non è mai compito facile

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FERRARA. Nei giorni e nelle ore in cui il dibattito tra i poteri politici mondiali del calcio moderno rimane infiammato, abbiamo respirato una piacevole boccata d’aria fresca, oltre che tipicamente ferrarese, raggiungendo nelle campagne portuensi uno dei simboli inconfondibili della tradizione footbalistica italiana tra gli anni Settanta e Ottanta. Ruben Buriani dalla sua storica dimora di Quartiere continua ad alimentarsi di calcio, attraverso letture di giornali e siti, oltre alla visione di tantissime partite.

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«È esattamente così – osserva l’ex giocatore –, siamo tutti un po’ soli a guardarci il calcio in televisione. Vedere gli spalti vuoti, sentire le voci di giocatori, allenatori e arbitro è un qualcosa di surreale perché siamo sempre stati abituati al sottofondo del popolo che segue questo sport. Nel mio passato da calciatore non ho mai avuto esperienze di gare senza pubblico, soltanto qualche rinvio per nebbia».
«D’altronde – prosegue Buriani – ci si è dovuti adattare alle esigenze del momento perché l’industria calcio è dovuta andare avanti. È ovvio che tutti stiamo aspettando il momento in cui si potrà tornare di nuovo negli stadi, le modalità, le tempistiche e tutto il resto. Speriamo possa accadere presto».

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Crede che questa stagione sia falsata o condizionata?
«Direi semplicemente che è diversa dalla normalità a cui tutti nella nostra vita siamo stati abituati. Anche perché nello specifico quasi tutte le squadre hanno avuto problemi con il virus».
Della stagione di questa Spal, cosa ci dice?
«A mio avviso è positiva. Mi spiego: non è mai facile riprendersi nell’immediato quando retrocedi. Questa situazione l’ho vissuta sulla mia pelle per ben due volte (una col Milan e una a Cesena; ndr) e capisci che non è tutto scontato. Inizialmente ti senti mentalmente più forte degli altri e che tutto sia dovuto, ma poi devi dimostrarlo in campo. Nel 1980/1981 col Milan siamo retrocessi per il calcio scommesse con la stessa squadra che era arrivata terza in A: nelle prime dieci partite di B eravamo a metà classifica per queste ragioni, poi ci siamo ripresi. Le partite vanno giocate sempre con animo, spirito, voglia e intensità. Ora la Spal probabilmente avrà il playoff che è una sorta di terno al lotto pieno di variabili».
Cosa non è andato con Marino?
«Era partito bene, poi qualcosa nel meccanismo si sarà rotto. L’ultima partita col Pisa era stata disarmante e la società ha capito che qualcosa effettivamente non andava».
Rastelli?
«È un mister che ha sempre fatto della buona B e ha allenato anche in A. Come tanti altri allenatori è molto preparato. Sicuramente è uno all’altezza della situazione, conosce i giocatori, le loro caratteristiche ed è stato sul pezzo anche durante la sua inattività. Quando parlo in generale dei tecnici mi piace sempre citare, il detto “chi fa grandi gli allenatori, sono i grandi giocatori».
Valoti e Berisha hanno dimostrato di essere gli uomini in più…
«Il portiere è sicuramente tra i migliori della categoria. In serie A per così tanti anni e capitano della propria Nazionale non ci si sta o diventa per caso. Valoti sta facendo tantissimi gol, vuol dire che è maturato. Poi è ovvio che la serie A è un’altra cosa rispetto alla cadetteria. Di certo da trequartista o seconda punta si trova molto bene perché esprime la sua inventiva senza troppi compiti di marcatura».
Quest’anno abbiamo visto all’opera anche alcuni ragazzi della Primavera…
«Vuol dire che chi sta lavorando nel settore giovanile lo sta facendo bene e che gli investimenti e la crescita dei ragazzi stanno dando i frutti sperati. Ricordiamoci che la Spal di Mazza ha vissuto ed è diventata quella che era diventata proprio grazie all’impegno verso il proprio settore giovanile, che era un vero e proprio vanto oltre che punto di forza».


Parlando delle rivali. Empoli meritatamente in A?
«Sì. Fin qui ha dimostrato di esser la squadra più forte. Ho visto grande organizzazione e un buon calcio. Ci sono giocatori importanti ma vanno fatti i complimenti anche al mister (Alessio Dionisi; ndr) e al suo percorso d’ascesa».
Tra Lecce e Salernitana chi salirà direttamente?
«Sono due grandi piazze, sicuramente meritevoli. A Salerno ci ho lavorato, sono grato a quella città ma ritengo che il Lecce abbia quel qualcosa in più. Perché fa sempre gol. Corvino, poi, è sempre un maestro».
Il Monza di Galliani, invece?
«Non è mai facile far diventare squadra nell’immediato una rosa da 27 giocatori quasi tutti sostanzialmente nuovi. Ci vuole pazienza e anche per l’allenatore non è mai un compito agevole. Non è detto che puntare su tanti giocatori che vengono dalla A significhi centrare l’obiettivo subito».
Che idea si è fatto sulla Super League e sul dibattito in atto?
«Sono ormai vent’anni che il calcio è diventato un’industria a tutti gli effetti. Procuratori, sponsor, diritti televisivi, partite a qualsiasi orario, televisioni, bilanci, numeri, introiti e quindi business totale. È chiaro che i continui costi, determinati dagli aumenti degli ingaggi hanno fatto saltare gli schemi. Di certo, per tutte queste premesse, non mi ha scandalizzato l’idea di ricercare più denari da parte di determinate società, ma il format non meritocratico non mi sarebbe piaciuto. E anche il campionato italiano ne avrebbe risentito».
Il nostro calcio dilettanti post Covid, invece, esisterà ancora?
«Lo spero perché è aggregazione, felicità e trasmissione di sentimenti. Vivo da vicino la realtà di Quartiere (Terza categoria; ndr) e conosco i conti. È chiaro che tutto dopo il Covid sarà ancor più un problema rispetto a quanto già non lo fosse prima. Il sistema calcio italiano dovrebbe aiutare la crescita e il sostentamento del movimento locale. In Inghilterra si sono seduti a un tavolo e hanno trovato la soluzione». —
Alessio Duatti
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