Il saluto di “doc” Salvi alla sua Benedetto XIV «Basta: ho dato tutto»
Dirigente, medico, socio: Gianfranco lascia il club centese E racconta una lunga avventura di gioie, delusioni e rinascita
cento. Si chiude un ciclo. Quello del dottor Gianfranco Salvi alla Benedetto XIV. Molto di più di un semplice “dottore” per la società biancorossa, perché Salvi è da sempre - in un modo o nell’altro - legato alla Benedetto. Come dirigente, direttore sportivo, socio, medico...
Adesso ne sarà solo tifoso. Un tifoso molto speciale. Gianfranco ha detto stop, dopo oltre vent’anni. Lo ha comunicato lui stesso con un post sui social. Chi se l’aspettava, chi meno. Salvi è molto sereno, tranquillo. Certo di aver preso la scelta più giusta, nel momento più opportuno. E di aver fatto il massimo. Interpellato parla a ruota libera, raccontando di tutto: dall’inizio alla fine. Dalle persone con cui ha maggiormente legato a chi meno, delle esperienze professionali legate alla Benedetto e dei momenti meravigliosi trascorsi che resteranno sempre nel cuore.
«È finita perché era arrivato il momento giusto per lasciare - spiega il “doc” come è da sempre chiamato nell’ambiente centese -: cominciavo ad essere stanco, con la serie A l’impegno era sempre più gravoso. Facevo di tutto: dal trasportatore al fisioterapista. E poi iniziava a pesarmi il fatto di non poter andare in trasferta assieme alla squadra, dopo quello che mi è successo nel 2016 fatico a tollerare il pullman; in serie B il discorso era diverso. Non riuscivo più a vivere il gruppo, con cui ho passato momenti indimenticabili. Adesso l’impegno è diventato molto più importante. È giusto passare la mano a qualcun altro, magari più giovane, magari col mio stesso entusiasmo, passione e amore per questa società che ho avuto e ho ancora. Ho passato momenti bellissimi, mi dispiace da morire, sono triste ma penso sia arrivato il momento di farmi da parte».
Salvi rivive come un fiume in piena tutto il suo rapporto con la Benedetto, lo fa dalla fase dell’innamoramento per la pallacanestro alla prima chiusura della società. Alla rinascita del 2011 raccontando tutto quello che è successo. Fino ai giorni nostri: «Il mio legame con la Benedetto è iniziato l’anno dello spareggio perso a Viterbo (stagione 1996/97, serie B2; ndr) facevo il medico per la Centese calcio, vedevo giornalmente chi lavorava per la Benedetto. Iniziai ad appassionarmi alla pallacanestro. Di lì ad iniziare a vivere solo di Benedetto il passo fu breve. Non era più solo uno sport, era passione, era amore... Mi sono divertito, sono stato male, c’è stata tensione. Tutto quello che ho fatto lo avrei fatto solo per una squadra della mia città e così è stato».
«Il momento più brutto? Umanamente dopo il problema di salute che ho accusato nel 2016 che non mi permetteva di fare quello che volevo fare, mi sarei aspettato un po’ di comprensione in più. Cestisticamente parlando risalgo a Scafati nel 2000. Perdemmo una partita incredibile. Ricordo tutto benissimo, mi offendevano dalle tribune dietro la panchina: Pezzin mi disse di stare tranquillo, di attaccarmi a lui che mi avrebbe portato lui fuori da quel posto. Mi dispiacque perdere quella partita anche per Stefano Vanoncini che reputo il miglior allenatore passato per Cento».
La Benedetto cedette il titolo sportivo nel 2007, dopo la parentesi in città della Pallacanestro Cento c’è la ripartenza del 2011 raccontata dal “doc” che ricoprì un ruolo chiave: «Tutto era partito un anno prima - continua Salvi -, avevo una voglia matta che tornasse la Benedetto a Cento. Malaguti, con cui ero rimasto in contatto, mi chiese di andare a fare il medico da lui in serie D: andavo solo alla partita. Il mio obiettivo era provare a coinvolgerlo, portarlo a Cento. Lo convinsi e io sapevo già a chi rivolgermi: Corsini, Merighi, Malaguti, Poggi... Dopo una lunga riunione da Merighi, in cui parlai io, siamo partiti. Cercammo e trovammo gli sponsor per una C che vincemmo subito. Poi quando Malaguti lasciò, il passo successivo fu cercare un nuovo presidente: io non volevo farlo, Merighi nemmeno. Una sera lo proponemmo a Canelli, pianse a dirotto per la felicità. Si sentiva onorato. Abbiamo fatto delle B decorose, sempre ai playoff. Poi appena abbiamo notato la presenza di Gianni Fava al palazzetto e anche in trasferta ci guardammo in faccia, applaudiva, alzava le braccia... Si stava appassionando. Lo avvicinammo, chiedendogli se volesse entrare in società: accettò. Io rimasi dentro un altro anno, poi il passo era troppo grande. Non sono ricco, ho sempre vissuto del mio lavoro. Mi sono dimesso, mi andava benissimo continuare a fare il medico ma non oltre».
Non ha rimpianti il dottor Salvi, se non uno, che però non dipende da lui. Ma dal tempo che passa. «Mi piacerebbe avere l’efficienza di dieci anni fa, ma non è possibile. Abbiamo fatto le cose per bene, abbiamo rischiato, forse siamo stati incoscienti; ma l’amore per la Benedetto XIV era talmente grande e Cento meritava un palcoscenico di questo livello. C’è un inizio e c’è una fine, mi ci vorrà un po’ a capire che ora sono dall’altra parte della panchina. Mi hanno chiesto di entrare in consiglio ma non me la sento: dieci anni fa avrei detto di sì, ora sarò solo un tifoso».
È il saluto finale di Gianfranco Salvi alla Benedetto XIV, suo grande amore. È finita un’era. Ma sarà poi vero? In fondo col “doc” tutto può succedere. —
Simone Gagliardi
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