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Sarti e l’inconfondibile nebbia da perdersi Dalla Bondenese al successo in coppa Coppe

Mario Gallotta
Sarti e l’inconfondibile nebbia da perdersi Dalla Bondenese al successo in coppa Coppe

Sessant’anni fa il portiere (anche ex Centese) vinceva il prestigioso trofeo internazionale con la Fiorentina

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ferrara. Quell’estate, anziché la sponda adriatica – vicina, ma non emozionante, anche se cara al “vate d’Italia” – o l’amata costa lucana dello Jonio – ricca di bellezza naturale, ma lontana e scomoda da raggiungere – arriva il momento del litorale toscano del Tirreno. E capita di incontrare, in circostanze del tutto impreviste, Giuliano Sarti da Castel d’Argile. La genesi dell’incontro fu dovuta ad un vizio comune: il sigaro, fedele compagno di momenti gioiosi o muto consolatore in circostanze avverse.

Dopo il pranzo, il cronista stava per accendere il sigaro “Branca”, allorché si accorse di non avere gli “svedesi”. Ma ecco un signore quasi calvo che teneva fra le labbra un mezzo toscano e ci si decide a chiedergli un po’ di fuoco. Sul momento non venne riconosciuto, anche a causa dei radi capelli che rendevano assai spaziosa la sua fronte. Poi, d’un tratto, quasi spontaneamente: “Ma lei è Giuliano Sarti?”

“Sì”, rispose con un mezzo sorriso l’ex portiere di Fiorentina e Inter (per citare solo le principali squadre in cui aveva militato). Poi, forse per togliere dall’imbarazzo, chiese da quale città provenissi. “Ferrara”.

Il sorriso di Sarti si fece pieno e cominciò a parlare dei suoi ricordi giovanili. Nato a Castel d’Argile (Bo) nel 1933, dopo aver iniziato, quasi per caso, a giocare nella squadra di San Matteo della Decima era passato alla Centese e alla Bondenese.

Il papà, fruttivendolo, lo mandava in giro in bicicletta a vendere i prodotti della terra, quando non era impegnato con il riso e le barbabietole. Il calcio gli piaceva e un bel giorno, quasi per caso, iniziò la sua avventura con “Eupalla”. Una domenica andò a Cento a vedere la partita con la squadra di San Matteo della Decima. Il portiere della formazione ospite si infortunò e a Giuliano toccò sostituirlo.

La prova fu eccellente e, finito il campionato, si accasò proprio alla Centese, in Seconda categoria. Una sera giocò in notturna, fra nuvole di zanzare, a San Felice sul Panaro. Al termine della partita alcuni dirigenti della Bondenese, che già lo avevano adocchiato, gli proposero di cambiare casacca e categoria: dalla Seconda alla Promozione. Ingaggio per lui favoloso: centomila lire. Giuliano non si fece ripetere l’offerta, perché non ne poteva più di andare in giro a vendere frutta, su vecchie strade sterrate e con una bicicletta non propriamente ergonomica. Ma c’era il problema del servizio di leva. Si reca a Bologna per i fatidici “tre giorni”, ma al distretto gli comunicano, inaspettatamente, che è “rivedibile” causa insufficienza toracica. Rimane quindi a Bondeno, spesso annoiandosi fra i pali e chiedendo ai tifosi che stazionano vicino alla porta di passargli qualche sigaretta.

Arriva il 1954 e un dirigente della Bondenese lo porta a Firenze, alla corte di Fulvio Bernardini, che subito intuisce le potenzialità di quel ragazzo e l’anno dopo lo lancia in serie A. Ventiduenne, Sarti prende il posto di Leonardo Costagliola e vive la magica avventura dello scudetto viola 1955/56, che infranse lo strapotere dell’asse Torino-Milano.

Che ricordi portava Sarti del calcio provinciale bolognese e ferrarese? «Campi spelacchiati. Un tifo incredibile, nebbia da perdersi nel campo e zanzare a volontà, specie nella “Bassa” ferrarese. Ma ero giovane e felice. Mi ero anche innamorato della figlia del direttore di uno zuccherificio e per questo ero restio a trasferirmi. Ma alla Fiorentina di Bernardini non potevo dire di no».

E da lì, ecco il momento più bello della sua vita calcistica. «La vittoria in Coppa delle Coppe nel 1961, quando battemmo, sia all’andata che al ritorno, gli scozzesi del Glasgow Rangers. Perché fu la prima importante coppa europea vinta da una squadra italiana nel dopoguerra». Era fine maggio del ’61: sessant’anni proprio in questi giorni..

Il sole stava calando, tempo dei saluti. Ma prima della stretta di mano Sarti fece osservare che il cronista era stato fra i pochi a non avergli chiesto conto della “papera” che costò all’Inter lo scudetto del 1966/67, ovvero del giorno più brutto della sua carriera calcistica. E il suo sguardo denotava una vena di gratitudine, perché quell’errore ancora gli pesava, come arguii da una smorfia appena accennata. Che cosa era accaduto? il 1° giugno del 1967 si giocava di giovedì, a causa dell’impegno europeo dell’Inter (l’amara finale di Coppa dei Campioni giocata a Lisbona con il Celtic Glasgow, che segnò la fine dell’epoca herreriana). L’Inter guidava la classifica con 48 punti, la Juve seguiva a 47. La squadra di Helenio Herrera doveva affrontare una non preoccupante trasferta a Mantova mentre i bianconeri dovevano vedersela con la pericolante Lazio, pronta a vender cara la pelle.

Al quarto minuto della ripresa l’interista Bedin perde la palla a metà campo, il mantovano (ex nerazzurro) Beniamino Di Giacomo la recupera ed effettua un innocuo cross al centro. Giuliano Sarti, completamente solo si fa incredibilmente sfuggire la palla che entra in rete. L’Inter di Sandro Mazzola e Luisito Suarez è ferita, dopo il gol dell’ex, ma tenta di reagire, senza peraltro riuscire a ribaltare le sorti della partita nonostante, nel finale, vi siano due episodi sospetti in area del Mantova. Prima Suarez e poi Mazzola vengono atterrati, ma l’arbitro Francescon non concede il rigore, fors’anche per non essere accusato di sudditanza psicologica. Intanto la Juventus passa in vantaggio con Bercellino e raddoppia con Zigoni. Inutile si rivela il gol, segnato su rigore, dall’esordiente Di Pucchio per i biancocelesti. La Juve di Heriberto Herrera sorpassa l’Inter e conquista inaspettatamente il suo tredicesimo scudetto.

Pochi giorni dopo l’errore di Sarti, Emilio Violanti, giornalista della Gazzetta dello Sport, così scrive: “Vedrete che ora finirà alla Juventus, ci starà un paio d’anni e poi sparirà dal giro del grande calcio. Perché questi episodi il grande calcio li rifiuta”. Violanti fu buon profeta: Giuliano Sarti, il “portiere di ghiaccio” (così etichettato per il suo stile gelido ed essenziale, alieno com’era dai gesti plateali e dalle parate troppo plastiche) fu ceduto alla Juventus, restò due anni nella “regal Torino” come riserva di Roberto Anzolin e poi uscì dal giro del grande calcio. —

Mario Gallotta

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