Giatti, soltanto una questione di cuore «I mitici diciotto anni alla Bondenese»
L’ex dirigente racconta la sua avventura nel club matildeo: presidenti, grandi allenatori e i giocatori che hanno segnato un’epoca
la storia
«Mi chiamo Marco Giatti. Ho 63 anni. Sono stato nella Bondenese, prima come dirigente poi come direttore sportivo, per 18 anni. Dal 2013 ho lasciato il calcio, anche se magari tiro ancora qualche calcio al pallone a livello amatoriale. E sono rimasto, con gioia ed impegno, nell’associazione “Quarto Tempo”. Ho la Bondenese nel cuore. Ricordi, sensazioni, momenti importanti, gioie e dispiaceri... Ma c’è il cuore, prima di tutto».
Marco Giatti è stato un giocatore delle giovanili della Bondenese, dove ha seguito la trafila dai ragazzi fino agli Juniores. «Diciamo che non ero un giocatore di livello così alto. Sono andato alla Vigaranese e poi ho lasciato perdere con il calcio giocato, almeno a certi livelli: i quattro calci tra amici, a livello amatoriale, non me li sono mai fatti mancare. Ho cominciato a dare una mano, poi ho fatto il dirigente accompagnatore per cinque anni. E dopo per dodici anni sono stato il direttore sportivo: abbiamo vinto campionati in tutte le categorie. Nel 2013 lo stop. Un anno prima avevo già deciso di smettere col calcio. La classica occasione in cui dici e ti dici: “Un altro anno e poi basta”. Venivamo da una retrocessione consumata all’ultima giornata. Avevamo lavorato tanto per la Bondenese. Avevamo un marchio che ci caratterizzava: Zanobia, la strega; avevamo realizzato una sagra con buoni risultati, ispirata alla strega. Dispiace da morire che non sia più stata riproposta. E poi avevo un’azienda da seguire, la famiglia... Lasciai. Ci fu il cambio di dirigenza della società. Cambiò persino la matricola e la Bondenese ripartì dalla Terza categoria. Da allora ho staccato».
«Se non sbaglio, ho visto solo una partita della Bondenese da allora. Uno spareggio a Reno Centese. Ho lavorato con diversi presidenti. Tanti anni: dodici con Cavallini, due con Gulinati e anche con Polastri. Abbiamo avuto diversi allenatori molto validi e conosciuti. Cito solo Beppe Conti, con lui due promozioni, entrambe agli spareggi e Mottola. Alla fine, Ruggero Ricci».
Veniamo alla top 11, allora: «Non è per nulla facile. Nei miei anni corro il rischio di dimenticare qualcuno, nei primissimi anni ci sono persone che hanno giocato con la nostra maglia e che hanno finito per vincere la Coppa dei campioni, come Giuliano Sarti». Per cominciare, citiamo i mostri sacri, tanto per dare un ordine di riferimento. «Il nome più famoso, come abbiamo già detto, è quello di un portiere - spiega Giatti - e non è per nulla facile perché di grandissimi portieri a Bondeno ce ne sono stati tanti. Io parlo di Giuliano Sarti, che vinse anche una Coppa dei campioni con l’Inter ma che è più ricordato per un errore che costò un campionato ai nerazzurri a Mantova».
Una specie di Lord Jim di Conrad... «Quando ho avuto occasione di conoscerlo personalmente, lui alla fine mi ringraziò per non aver tirato fuori quell’errore di Mantova».
«Andiamo avanti. A Bondeno giocò Italo Allodi. Come carriera da calciatore, buona, ma niente di speciale; però diventerà uno dei massimi dirigenti calcistici italiani. E poi Fabrizio Poletti, Tassinari, Franco Fabbri, Borsatti, Giuseppe Bergamini, che era fortissimo. Poi Giatti. Ah, per carità, solo omonimia».
Iniziamo dai portieri. Sarti escluso: «Partiamo da Ferruccio Polastri. Un grande, una istituzione. Lo stadio di Bondeno è dedicato a lui. E quando ti dedicano lo stadio, sicuramente di cose buone ne hai fatte. Oppure Bruno “Nordhal” Braghiroli o Ivo Fornasier, che ci ha purtroppo lasciati lo scorso anno. Nel passato recente, tre portieri di livello superiore: Simone Preti, Paolo Ferrari e Mattia Toniolo». Difensori? «Mi viene in mente la cantilena Barotti, Turchi, Conti». Per Conti intende Beppe? «Sì, il mister».
Ma Conti non ha giocato gran parte della carriera come attaccante esterno? «Certo e con grande qualità di gioco. Ma da noi diventò un difensore centrale di alto livello, di grande rendimento e capace di far partire le azioni offensive: un grande. Con tutte le lettere maiuscole. E Barotti e Turchi non credo abbiano bisogno di presentazioni. Poi ricorderei anche Alberti, un eccellente giocatore che però si infortunò gravemente e anche un altro ottimo difensore come Pittiglio. E metterei anche Gianni Zampieri, un eccellente difensore centrale, mentre suo figlio Fabio lo citerò tra le punte».
A centrocampo? «C’è solo un capitano: Bovo. Due piedi di seta, bel fisico, un lancio millimetrico e una micidiale lucidità tattica. Poi un uomo di qualità ma di incredibile quantità come Mamini, e un giocatore che, se avesse avuto un fisico appena migliore, avrebbe potuto giocare ad altissimi livelli: Chiodi. Un ragazzo del posto, oltretutto. E poi Toselli, un altro elemento di grandissimo valore, Davide Setti e infine Vertuani, da Sermide».
Arriviamo all’attacco. Chi citare? «Prima di tutto, come detto poco fa, Fabio Zampieri: un attaccante di grande valore. Ma citerei anche Mantovani e Freddi, due ragazzi veramente bravi. Però se dovessi citare una coppia, la mia coppia favorita sarebbe formata da Pivelli, un rapinatore da area di rigore, un esecutore implacabile, e Pippo Sabbatani. Gran fisico, tecnica sopraffina, piedi di velluto e intelligenza superiore (e, va detto, per l’avvocato Sabbatani questo non vale solo su di un campo di calcio; ndr). Poteva partire da lontano, inserirsi o anche giocare punta unica. Un grande». –
Alessandro Bassi
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