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Conventi, una vita spesa per il Goro «Tuttofare felice tra pioggia e campioni»

Alessandro Bassi
Conventi, una vita spesa per il Goro «Tuttofare felice tra pioggia e campioni»

Giocatore per poco tempo e poi arbitro. Soprattutto collaboratore, dirigente e segretario: da trent’anni è il cantore della formazione biancoverde 

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la storia

Nella nostra provincia ci sono tantissimi paesi con una forte identità. Uno di questi è Goro. A Goro hanno giocato diversi atleti veneti, ma va detto che quasi tutti i giocatori biancoverdi sono proprio di Goro o comunque della zona.

Sergio Conventi è di Goro. Classe 1957, è in società praticamente da poco dopo la licenza elementare. Tanti anni come collaboratore, dirigente, segretario. Persino, e per tanti anni, apprezzato cronista. A Goro, nel Goro e per il Goro: una istituzione. Sergio ci dipinge una situazione ai limiti della banalità, normale. Più di 30 anni in una società, però, non sono una storia banale. Ci sono orgoglio e appartenenza, gioia per le vittorie e accettazione sportiva di quasi tutte le situazioni negative. Ma la cosa che si capisce subito, e continuando a parlare diventa sempre più evidente, è che Goro è più di un amore: è una scelta di vita. Sergio Conventi liquida in fretta la carriera da calciatore: «Ho giocato qualche anno nei bambini e stop». Un attimo prima di chiedere in che squadra, capiamo quale sarà la risposta. Che infatti arriva senza domanda: «Nel Goro, ovviamente. Poi, per qualche anno, capendo che da calciatore non avrei avuto chissà quale carriera, mi cimentai come arbitro, dando comunque una mano al Goro per quanto possibile. In federazione non gradivano questo contatto, e dopo cinque anni decisi di passare a fischiare in un ente di promozione sportiva. Altri quattro o cinque anni dalla parte “giusta” del fischietto. Poi decisi di smettere. E cominciai a seguire il mio Goro da segretario, da cronista, in tutti i modi possibili... Un tuttofare, ma convinto e felice del suo contributo. E sono ancora qui».

E fioccano i ricordi... «Quando siamo saliti e siamo andati in Promozione, magari non avevamo abbastanza ragazzi del posto ed abbiamo dovuto trovare dei ragazzi veneti, ma abbiamo sempre fatto gruppo. Ricordo uno spareggio per salire in Prima a Copparo, contro il Lagosanto. Veniva una pioggia praticamente monsonica, acqua più che a catinelle. Ma c’erano 600 goresi in tribuna, che non mollarono un momento nonostante la pioggia e ci sostennero fino alla fine».

Veniamo allora a stilare la squadra ideale del Goro secondo Sergio Conventi, che ne ha viste giocare tante: «Mi sono documentato. Ho trovato tanti nomi, ma sono convinto che dimenticherò qualcuno di importante». Cominciamo dal portiere: «E cominciamo con le scelte difficili. Nei primi anni ’70, ero un bambino di dodici o tredici anni, mi colpì tantissimo Luigi Albertin. Era un veneto. Non era tanto alto, ma era reattivo, scattante, con un colpo di reni fenomenale e un fantastico senso della posizione. Aveva una presa ferrea. Contribuì tantissimo alla vittoria e alla promozione in Prima categoria. Ricordo anche un ragazzo di Goro, Daniele Barboni, che fece le giovanili al Baracca Lugo. Oppure un altro ragazzo del posto, con cui vincemmo un campionato: Luigi Pezzolati. E non possiamo dimenticare il povero Gianni Ferrari, scomparso qualche anno fa in un tragico incidente stradale, o Giorgio Ghezzo».

Veniamo ai difensori. «Il primo che viene in mente è Antonio Freguglia: fu a Goro, ma anche a Rovigo e ad Adria. O il laterale-mediano Diego Turola, che fu anche alla Spal. Oppure Primo Freguia o il libero-difensore centrale Mariano Selvatico. E per ultimo, un grande difensore centrale, da Scardovari: Paolo Broggio».

Veniamo ai centrocampisti. «Diciamo subito Massimo Turra, che fu anche alle giovanili della Juve al Sulmona e all’Adriese. Il suo problema era la... “saudade”: era fortissimo e trovava spesso contratti interessanti in giro per l’Italia, ma ad un certo punto tornava a casa. Nostalgia, soprattutto per la ragazza. Un uomo di grande tecnica e con colpi geniali».

«E poi Giuliano (da non confondere con il più giovane Giulio; ndr) o una grandissima mezzala come Carlo Barboni: una mezza punta capace di costruire ma con il gol nel sangue. E non possiamo dimenticare Fabio Ballarini. Un grande sotto tutti i profili: come giocatore, come allenatore (capace di fare gruppo come pochi) che come persona. A centrocampo lascio anche Alessio Ballarini, una mezza punta funambolica, capocannoniere in Terza e Seconda categoria».

E allora, andiamo alle punte: «Alessio Chinarelli. Ha vinto il trofeo di capocannoniere in Terza categoria con 25 gol. Oppure Diego Branchi. Citerei anche Steve Frisatti, un centravanti imponente una vera torre, piena di muscoli. Ma tra le punte ricordo anche Mario Scarpa, che ha giocato pochissimo qui prima di andare a fare il professionista e di tornare come allenatore. Ma è stato un grande. E infine, un altro grandissimo: Maurizio Campi. Piccolo, compatto, esplosivo, con lancio e conclusione. Nei suoi movimenti rivedo il nazionale Raspadori. E Campi, con la palla, era una sentenza».

Di solito non lo chiediamo. Ma c’è un qualche allenatore che va citato, nei tanti che avete avuto? «Abbiamo avuto tanti buoni tecnici. Io, se devo parlare per me, ne ho apprezzati tanti di una sola categoria: quelli esplosivi. A me piacciono quelli che fanno sembrare Gattuso e Mourinho dei tranquilli vecchietti sulla panchina del parco. Un nome per noi? Davide Trasforini. Arrivò terzo, nel 2010. Ma era talmente focoso da dare spettacolo». —

Alessandro Bassi

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