Berrettini, dagli infortuni in serie a Wimbledon
Sfida con Novak Djokovic che lo elogia pubblicamente: Matteo ha superato mille difficoltà per questo obiettivo
vezio trifoni
Sul campo centrale dell’All England Club di Londra, con inizio alle 15, per la prima volta nella storia ci sarà un italiano a disputare la finale del torneo di Wimbledon e ad affrontare il numero uno al mondo Novak Djokovic «Ha uno dei servizi migliori al mondo e e uno dei dritti più potenti del circuito. In più il suo gioco lo porta a essere sempre molto aggressivo ed è molto intelligente nella costruzione del punto» dice Novak che cerca il Grande Slam dopo aver vinto Australian Open e Roland Garros. Ma ci sarà Matteo Berrettini che vola alto: «Era troppo perfino per un sogno». Eppure Matteo Berrettini non l’ha sognato. L’ha fatto davvero. È diventato il primo italiano in finale a Wimbledon nella storia del torneo, e solo il quarto in uno Slam nel singolare maschile. Prima di lui ci erano arrivati, tutti al Roland Garros, Giorgio De Stefani, Nicola Pietrangeli (che ha conquistato due titoli su quattro finali) e Adriano Panatta. Da quando ha alzato la Coppa dei Moschettieri nel 1976, nessun altro italiano (uomo) si era mai spinto così avanti in un major in singolare. Berrettini illumina d’azzurro la domenica d’oro dello sport italiano a Londra: sfida Djokovic in finale all’All England Club prima di Italia-Inghilterra, finale degli Europei a Wembley. «Prendete un bel televisore» ha suggerito il numero 1 azzurro ai tifosi. La storia di Matteo parte da lontano. E racconta anche il successo della sinergia che si è creata fra il suo team guidato dal coach Vincenzo Santopadre e la Federazione Italiana Tennis. Sinergia che si evidenzia attraverso la figura di Umberto Rianna, responsabile del progetto Over 18, che lo segue spessissimo nei tornei (lo accompagna quasi nella metà degli eventi, anche in assenza di Santopadre come al Queen’s dove Berrettini ha vinto il suo primo Atp 500). La storia di Matteo è soprattutto l’affermazione di una normalità che porta a compiere imprese eccezionali. L’immagine della famiglia e del team mescolati in un unico grande gruppo nel suo box durante la semifinale contro Hubert Hurkacz, è il segno della condivisione di un percorso. È il segno dell’unità nella molteplicità. Berrettini, che a scuola amava particolarmente la storia, da grande ha scoperto Hemingway. L’amico e mental coach Stefano Massari ha contribuito ad aprire gli orizzonti attraverso i grandi del cinema: Tarantino, Kubrick e Sergio Leone, Moretti e Sorrentino. Berrettini arriva alla finale dopo diversi infortuni. «So quanta fatica c’è dietro – spiega Berrettini – ho subìto tanti infortuni e questo è l’unica aspetto che mi ha messo qualche dubbio. Anche a livello giovanile non riuscivo a finire i tornei e mi facevo male. ma adesso essere qui e poter giocare questa finale mi rende orgoglioso. L’infortunio durante l’Australian open è stata una mazzata ma mi ha reso un giocatore più forte ed ora sapevo di giocare bene, ma forse il dover rientrare e lottare mi ha reso più forte. Mi sorprendo di quello che sto facendo ma sono felice lo stesso». Ed infine con chi hai fatto un selfie? «Non sono un fan dei selfie, non chiederei mai a un mio idolo di fermarsi per una foto con me. Dopo la semifinale dello US Open 2019, l’attore Carlo Verdone è venuto a vedere un mio allenamento. Stavo per chiedergli un selfie, ma l’ha domandato prima lui a me. È stato bello. Romano dentro ma tifoso della Fiorentina per cuore di nonno. —
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