La Nuova Ferrara

Sport

l’inchiesta 

Il trionfo olimpico è cresciuto in provincia

Mauro Zucchelli

Molti azzurri vengono da cittadine e borghi con poche migliaia di abitanti, mentre le città sono in netta minoranza

3 MINUTI DI LETTURA





Mauro Zucchelli

Nel calcio globalizzato dominano le grandi metropoli perché gli ingranaggi di un fatturato che si conta in miliardi di dollari ha bisogno di platee sterminate: perfino la favola bella del Leicester riguardava una città da 350mila abitanti. Le Olimpiadi di Tokyo hanno mostrato che un altro sport è possibile: quello che mette al centro discipline tanto affascinanti quanto poco conosciute e un esercito di campioni che arrivano dai piccoli centri. Perfino piccolissimi: soprattutto in Italia.

Basti ricordare che i nostri due ori della marcia arrivano da un’accoppiata di paesini della Puglia, l’uno a tre quarti d’ora di macchina dall’altro: Antonella Palmisano è di Mottola, 6.300 famiglie con targa di Taranto, stadio che citando curiosamente i “rossi” dell’Old Trafford hanno intitolato “Mottola United”; Massimo Stano, musulmano per amore, un volto neorealista pasoliniano che pare Marcellino Fonte, sul suo certificato di nascita c’è scritto Grumo Appula (12mila) e su quello di residenza Palo del Colle (21mila).

Dalla Puglia alla Lombardia, ed ecco che balza agli occhi come siano ancor più piccoli i borghi di origine di due medagliati azzurri nel canottaggio: Pietro Willy Ruta, bronzo nel “2 di coppia pesi leggeri” arriva da Gravedona, spiaggetta sul lago di Como a un passo dalla Svizzera; Federica Cesarini, oro nella stessa disciplina ma al femminile, che invece viene da Cittiglio, poco più di 1.500 famiglie su un altro lago, il Maggiore, proprio lì dov’è nato il campionissimo di ciclismo anni ’30 Alfredo Binda.

Perfino Marcell Jacobs, atleta simbolo della spedizione azzurra a Tokyo con il doppio oro (100 metri e staffetta 4x100), è nato sì nel Texas di El Paso ma fin da bambino ha abitato con la mamma su un altro lago lombardo ancora: Desenzano sulle rive bresciane del Garda, 29mila abitanti.

Fra i 64 atleti azzurri che si sono messi al collo una medaglia – talvolta due – solo sette arrivano da grandi città al di sopra del milione di abitanti. Se ne contano invece 43 – cioè due su tre – che sono nati in centri che non arrivano alle soglie dei centomila abitanti, e più della metà provengono da centri talmente minori che non sono capoluoghi di provincia.

Del resto, il dossier del Sole 24 Ore sull’indice di sportività mette da anni l’accento sul fatto che sta in provincia la vera ricchezza. Sul podio c’è Bologna ma le grandi aree metropolitane vengono più giù: a oparte Torino nona, Milano non sale più su del 21° posto, Roma si limita al 31° e Napoli non fa meglio della 60ª posizione.

Più di metà delle nostre medaglie arriva da atleti provenienti da paesi al di sotto dei 40mila abitanti: dunque, da realtà in cui gli impianti sono quelli che sono, le strutture delle società sportive idem. Segno che probabilmente, almeno nella fase iniziale di costruzione del talento, quel che conta è qualcos’altro: ad esempio, la capacità di non arrendersi al fatto di essere alla periferia della mappa, di stringere i denti prima di ogni altra cosa. Con una determinazione matta e disperatissima pur di farcela: è quel che si legge nel volto di qualunque dei nostri medagliati.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google