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la crisi della juventus 

Allegri ordina: in ritiro fino a sabato E cerca nuove soluzioni per il gol

m.m.

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torino. Niente dolcetto alla Continassa. E nemmeno scherzetto, perché la sconfitta di Verona significa molto di più che un semplice incidente di percorso. Dopo la battuta d’arresta del Bentegodi, le streghe sono piombate sul presente bianconero e sul futuro aleggia un brutto fantasma: che sia la fine di un ciclo che da dieci anni consente di chiudere la stagione con almeno un trofeo?

Nell’attesa di valutare una rifondazione, il club ha deciso di portare la squadra in ritiro: non accadeva dall’ottobre 2015, sempre con Massimiliano Allegri. Dybala e compagni resteranno al “J Hotel” fino a sabato prossimo, in modo da preparare al meglio due sfide cruciali. La prima, domani, in Champions League contro lo Zenit: una vittoria potrebbe dare ai bianconeri la certezza del passaggio agli ottavi, permettendogli così di concentrare più sforzi possibili sul campionato. Campionato che sabato presenta all’Allianz Stadium la Fiorentina. Due sfide casalinghe, in cui la Juventus è chiamata a dare per forza dei segnali di risveglio perché la stagione è ancora lunga e ci sono obiettivi minimi da raggiungere (quarto posto).

«Non è squadra», furono le parole di Chiellini ad Allegri nel finale di Juventus-Empoli: era il 28 agosto scorso e i bianconeri uscirono battuti 1-0. Allora sembrava un banale campanello d’allarme, una scossa di assestamento dopo la partenza di Cristiano Ronaldo. Lo sembrava ancora di più dopo le sei vittorie di fila. Solo un’illusione. Contro Sassuolo e Verona è tornata quella “non squadra” di fine agosto, tanto da portare Allegri a definire la situazione «da vergogna». La Juventus, dunque, si è infilata nel tunnel della crisi. A partire dal gioco, che non c’è: l’unico schema è palla a Dybala e speriamo. La difesa versione BBC è un ricordo: 15 le reti subite in 11 giornate, l’ultima volta era accaduto nel 1961-62 (i bianconeri allora arrivarono dodicesimi). Ovvio che quando incassi così tanto non sia solo colpa della retroguardia e qui si arriva al tasto dolente. Dolente da anni: il centrocampo. Lo sa bene Sarri, lo sa bene Pirlo. Di riflesso c’è un attacco spento, che per ora sente maledettamente la mancanza del fenomeno portoghese. In tutto questo Allegri ha le sue responsabilità: diverse le formazioni iniziali sbagliate, così come i cambi effettuati in ritardi. Una girandola di formazioni e interpreti che non hanno fatto bene al gruppo, ancora alla ricerca di punti di riferimento e di una identità. Nel tunnel c’è anche la dirigenza, forse troppo concentrata sulle plusvalenze e poco lungimirante nell’iniziare a costruire davvero una rosa all’altezza del blasone.

Se la sensazione è di essere arrivati alla fine di un ciclo e che serve al più presto programmare una rifondazione, la Juventus ha un presente da affrontare con i mezzi a disposizione. Il 4-4-2 ha finito presto il suo effetto, senza comunque dare mai segnali incoraggianti nella versione offensiva. Allegri dovrà inventarsi qualcosa: una strada può essere il 4-3-3, con davanti Dybala, Chiesa e un centravanti. Oppure il 4-2-3-1, con Keane a sinistra e un mediano in meno. C’è chi invoca anche una difesa a tre, ma la Juventus è piena di esterni. Il ritiro servirà anche a questo: individuare la strada per far comunque fruttare una stagione che appare transitoria. E magari iniziare a riflettere bene sul mercato di gennaio (Vlahovic è il sogno).

m.m.

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