Benini, il figlio d’arte che rilancia il Cus Parola di “Scintilla”: stiamo arrivando
ferrara. Di “figli d’arte” è pieno il mondo. In tutti i settori, dallo spettacolo all’industria, troviamo eredi impegnati a percorrere le orme dei padri. Lo sport ovviamente non fa differenza, se non nel fatto che il paragone – trattandosi di prestazione agonistica – è davvero di più facile lettura. Stranamente in casa Cus rugby i figli d’arte si contano sulle dita di una mano. Qualche stagione nelle giovanili per qualcuno, qualche campionato fra Velenose e in Francia per un’altra. Ed in attesa che il giovane Goberti ricalchi davvero le orme del padre Enrico, dopo la partenza per l’Olanda di Namari, è il solo Marco Benini a ricalcare le orme del papà Carlo (classe ’55 di Bondeno, fra gli artefici della rinascita dei primi anni ’70 e scomparso prematuramente nel 2013), giocando fra B e C con la maglia cussina.
Il carattere è diverso: Carlo era esuberante, guascone. Teneva banco insomma, ma aveva vicino le giuste “spalle”. Generoso e disposto al sacrificio in campo, in un “confessionale” a ranghi ridotti fra amici era profondo e autorevole. Mostrava il lato nascosto, preziosa condivisione per pochi.
Marco, 25 anni appena fatti, è persona più introversa, che fa parlare i fatti. Incarna la goliardia capace del papà e la rettitudine solare di mamma Anna. I compagni apprezzano il fatto che stia mettendo corpo e anima per la squadra e lo additano come esempio. Per tutti è “Scintilla”, soprannome coniato al primo allenamento in virtù della sua velocità. È un combattente: si è messo in gioco per la squadra cambiando ruolo e rispondendo “presente” ad una richiesta di aiuto, mettendoci la faccia senza nascondersi dietro facili alibi. Fuori dal campo, dal punto di vista umano, se nei rapporti mette anche solo la metà di quanto profuso in campo è persona da tenere stretta. È in definitiva fedele al motto tanto caro a suo padre che diceva (in periodo di scarse vittorie): “Perdenti sul campo ma vincitori nella vita”. «Per il rugby non è stato amore a prima vista - dice Marco Benini -. Da piccolo mio padre mi faceva vedere le partite in televisione, mi portava ad alcune feste di fine anno, ma mai alle partite la domenica. Poi tra i 10 ed i 12 anni ha provato a farmi assaggiare il campo con il minirugby, ma qui non è scoccata la scintilla. Spostarmi da Bondeno era per me pesante e preferivo stare i con i miei amici. A 16 anni papà è venuto a mancare e piano piano qualche cosa è cambiato, così con la maggiore età ed una personale indipendenza mi sono riavvicinato ed ho iniziato».
«Non l’ho mai visto giocare - prosegue Marco -, ma mi raccontava spesso i tanti aneddoti dei tempi pionieristici di questo sport a Ferrara. Poi subito dopo la sua morte ho avuto un periodo in cui il dolore mi destabilizzava. È uscito il libro sulla storia del Cus e confesso non lo lessi. Sapevo nemmeno fosse tra i padri fondatori della “Via Crucis” ovale, appuntamento classico del 23 dicembre cui anche io ovviamente partecipo. Poi il tutto è passato e adesso quando entro in struttura guardo sempre il quadro con la sua foto nel corridoio e porto in campo l’orgoglio di figlio di uno dei fautori della rinascita di oltre 50 anni fa».
«Adesso sono contento di giocare e contento che la società abbia deciso di ripartire dal basso. Stiamo riformando un gruppo che col lavoro saprà arrivare a risultati importanti».
Dario Cavaliere
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