A Djokovic il primo round Il giudice: «È tutto in regola»
«C’è un punto che mi agita: cos’altro avrebbe dovuto fare quest’uomo?» Ma il governo australiano non sembra voler abbandonare la linea dura
Vezio Trifoni
Djoko sì. Il numero uno al mondo vince il ricorso contro la cancellazione del visto di ingresso. Il serbo, a cui hanno restituito il passaporto, ha lasciato il Park Hotel ma rischia ancora. Potrebbe infatti ancora essere rimpatriato, se il ministro dell’immigrazione Alex Hawke deciderà di far valere il suo potere personale di revoca del visto su basi diverse da quelle per cui il ministro dell’Interno lo aveva cancellato. Se dovesse succedere, Djokovic rischia tre anni di interdizione dall’Australia e potrebbe tornare in tribunale per un nuovo ricorso. Hawke, fa sapere un portavoce, sta considerando questa possibilità. In base alle prime ricostruzioni, la sua decisione avrebbe dovuto arrivare entro quattro ore dalla sentenza. Ma non è stato così. Hawke, riporta il quotidiano The Age, non darà alcuna comunicazione prima della mattinata di oggi, ora di Melbourne. Ma Nole pensa positivo: «Sono felice e grato che il giudice abbia accolto il mio ricorso e annullato la cancellazione del visto. Nonostante quello che è successo, voglio rimanere qui e cercare di competere all’Australian Open». E i tifosi della comunità serba si accalcano sotto la torre Rialto a Collins Street, sede dell’ufficio legale che ha difeso Djokovic e cantano “free Nole” mentre un cordone di polizia li tiene a distanza dall’ingresso dell’edificio. Djokovic è libero di andare, dunque. Il serbo ha vinto il ricorso, come ha spiegato nella sentenza il giudice Anthony Kelly della Federal and Family Court, perché il delegato del ministero che gli ha comunicato la revoca del visto lo ha fatto con una decisione “irragionevole”. L’irragionevolezza, su cui hanno concordato anche i legali del governo che hanno raggiunto un accordo con gli avvocati del serbo, sta nella tempistica. Il punto centrale della sentenza, arrivata al termine di un’udienza trasmessa in streaming con punte di 15mila persone collegate, riguarda la notte trascorsa in aeroporto. «Tutti giochiamo in base alle stesse regole – ha aggiunto il giudice Kelly – e la ragione per cui dovrebbe essere annullata la decisione del ministero dell’Interno di approvare la revoca del visto richiesta dal delegato sta proprio in questo. Detto in altri termini: quelle regole non sono state rispettate». Intanto, il caso politico in Australia è più intenso che mai. Già diversi i parlamentari che, al termine dell’udienza hanno invocato a gran voce sui social le dimissioni del primo ministro. L’avvocato Nicholas Wood, che ha difeso Djokovic, ha ripercorso gli elementi principali su cui si articola la posizione del numero 1 del mondo. E ha messo a segno un punto importante, a posteriori probabilmente decisivo, all’inizio dell’udienza. Tutto ruota sull’esenzione dalla quarantena obbligatoria garantita dallo Stato di Victoria per aver contratto il Covid-19 negli ultimi sei mesi. «C’è un elemento che mi preoccupa – ha commentato il giudice Kelly durante l’esposizione dell’avvocato Wood -: un professore e un medico qualificato hanno fornito una esenzione medica. Il delegato del ministero dell’Interno in aeroporto aveva in mano l’esenzione e le ragioni per cui era stata approvata anche da un secondo panel di medici indipendenti nominati dal governo dello Stato di Victoria. Il punto che mi agita è: cos’altro avrebbe potuto fare quest’uomo?». Il primo round dunque è a favore della star del tennis, a Belgrado si esulta, ma la storia non è ancora finita.
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