Andrea Vitali, il “globetrotter”: «Ho deciso, io mi fermo qui»
La Spal di Galeone, la Nazionale dilettanti di Bet, le Universiadi in Olanda. A 57 anni lo storico difensore ferrarese ha deciso di appendere gli scarpini
Ferrara Andrea Vitali si ritira dal calcio giocato, adesso è ufficiale. Il difensore ferrarese, con un trascorso tra professionisti e dilettanti che lo ha visto protagonista per 45 anni, ha scelto la Nuova Ferrara per annunciare l’addio agli stadi. Quella di Vitali, per forza espressiva e valori cementati nei decenni, è una di quelle storie che devono essere raccontate, anche perché rappresentano per tanti versi un monito – e forse anche un insegnamento – per chi si avvicina al calcio. E lo fa oggi. Nato a Ferrara il 23 dicembre 1966, cresciuto alla Sac – la Scuola Addestramento Calcio dei fratelli Alberto e Carlo Novelli – Vitali racconta qui i momenti più belli e anche quelli più malinconici di una vita, la sua, in cui calcio ed esistenza hanno finito per coincidere. Le sue squadre sono un libro di storia del nostro calcio: Spal, Sant’Agostino, Boca, Chioggia, Casumaro, Argentana, Migliarino, Ostellato, Masi Torello, Fiessese (in Veneto), Scortichino, e poi Coronella, Marrara, Baura. In mezzo nessuno spazio per la noia: nel 1988 in Arabia Saudita con la Nazionale dilettanti di Aldo Bet, l’anno dopo le Universiadi in Olanda. E da lì a poco il record: 345 presenze ininterrotte in 11 campionati da titolare.
“Ho iniziato al Mazza, finisco al Mazza”: è vero che nei giorni scorsi lei ha pronunciato questa frase?
«È verissimo. Ho iniziato in questo stadio magnifico quando avevo 10 anni, ho terminato la carriera qui. Mi sembrava la chiusura ideale di un percorso».
E che percorso. Da quella scuola calcio in via Vincenzo Monti a Ferrara ne è passato di tempo.
«Una vita. Eravamo bambini. Era il 1975. C’erano Fabio Novelli (figlio di Alberto, ndr), e poi Vancini, Chitellotti, e tanti altri ragazzini che provavano a farsi notare. Qualcuno ci riuscì, altri meno. Ma credo che ognuno abbia dato il massimo».
Era un altro calcio?
«Totalmente diverso. Ma forse è antipatico fare graduatorie di valore, ogni epoca fa storia a sé».
E lei di storia, almeno per il calcio ferrarese, ne ha scritta tanta. Che impressione fa riannodare i fili della memoria?
«Da un certo punto di vista fa pensare, perché vuole dire che vai avanti con l’età».
E dall’altro?
«Dall’altro ti rendi conto che hai fatto tante cose, e sei anche orgoglioso di te. Ma in fin dei conti io non ci faccio tanto caso, perché per me il calcio è vita».
Come marcare un certo Roby Baggio, ad esempio?
«Bello che qualcuno ricordi ancora certi episodi».
Ce lo racconta?
«Era il 1985 e la Spal giocava al “Menti” contro i padroni di casa del Vicenza, Coppa Italia. Ero aggregato alla prima squadra e Galeone decise di fare giocare 2 giovani: uno ero io, l’altro era Alessandro Baiesi».
Come andò?
«Perdemmo 1-0, gol di Baggio su punizione».
Era già un fenomeno?
«Gli mancava soltanto la consacrazione, ma per il resto era già un fuoriclasse. Cercai di limitarlo per quanto possibile. Mi fa piacere ricordare questo episodio. Nel 1995 l’ho rivisto a Milanello dove eravamo andati in visita. Altra esperienza indimenticabile, quella. Ho conosciuto Paolo Maldini e Franco Baresi, due giganti dentro e fuori dal campo. Poi capisci perché uno diventa una leggenda».
Con lei, quel giorno al “Menti”, un certo Alessandro Baiesi.
«Sì, pensi che il giorno dopo la Gazzetta dello Sport scrisse che in quella partita si erano visti due talenti che potevano diventare i nuovi Rivera. Uno era Baggio, l’altro era “Baio”».
Tra i tanti “nostri” calciatori che lei ha incontrato chi inserisce nella top list?
«Baio sicuramente. Talento superiore, tecnica da grandi palcoscenici. L’altro nome che farei è quello di Stefano Vigorelli, quando ho giocato con lui ad Argenta in serie D ho scoperto che era un giocatore di straordinaria bravura».
E come allenatori?
«Anche qui due nomi: Gianfranco Bozzao e Davide Zuccatelli».
Passato e futuro.
«Sì, ma entrambi unici. Bozzao l’ho avuto alla Spal. Persona tutta di un pezzo, grande allenatore. Zuccatelli l’ho avuto a Casumaro, anni indimenticabili. Davide già 30 anni fa era quello più avanti di tutti. Calcio innovativo, scelte tecniche inappuntabili, per me che le osservo oggi con maggiore distacco. Ho imparato tanto da entrambi».
Sua moglie l’ha sempre assecondata?
«Sempre. Ma ricordo che prima di sposarla le ho detto: “Non mettermi mai di fronte a una scelta, o me o il calcio, perché il calcio è la mia vita”. Non l’ha mai fatto. Siamo ancora insieme».
In epoche di rapporti “interrotti”, qual è il segreto?
«Mah...non esistono segreti. Se hai valori grandi vai avanti. Poi la vita è anche questione di fortuna».
Anche perché lei non ha solo il calcio: nuoto, tennis e sci dove li mettiamo?
«Sono passioni. Il fatto è che io non riesco a stare fermo. Dormo 4 ore a notte, capita che alla sera mi addormento sul divano e arrivano le 3. Mi sveglio e per me inizierebbe lì la giornata».
Come fa a reggere?
«Non ho alternative, devo avere un obiettivo in qualsiasi cosa faccio. Credo che il cosiddetto “ozio” sia una cosa che non mi è mai appartenuta, non so cosa sia».
Cosa direbbe a un ragazzino che vuole fare il calciatore?
«Gli direi di divertirsi, e lo direi anche ai suoi genitori. E di giocare, di sentire l’odore dell’erba, del pallone. Poi se uno ha talento, questo prima o poi viene fuori».
Perché ha voluto diventare arbitro di calcio?
«Forse perché dopo tanti anni di calcio giocato volevo sperimentare cosa si prova a dirigere una partita. Ho provato e mi è piaciuto, così ho continuato. Poi credo che chi ha giocato tanti anni a calcio, a qualsiasi livello, possa comprendere meglio i “movimenti” di un calciatore, e quindi essere anche un arbitro migliore».
Si prepara per il beach tennis?
«No, vado alle Canarie a trovare un amico». l
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