Spal in D, sarebbe un dramma sociale
Dipendenti, collaboratori e strutture: retrocedere è un disastro
Ferrara Scongiurare la retrocessione, che tradotto significa: rimontare. Sabato sera la Spal deve avere la meglio sul Milan Futuro. L’imperativo è quello di salvare il salvabile, per poi fare i conti di fine anno all’insegna della discontinuità. Salvarsi è d’obbligo per la storia, per il club, per il blasone, per la piazza, per la gente, per la maglia e per qualsiasi cosa attinente o collegabile alla Società Polisportiva Ars et Labor.
In questo momento, con ancora negli occhi l’oscena partita giocata a Solbiate Arno, non è semplice cogliere aspetti positivi o portatori di speranza. Di “buono” c’è che la Spal si giocherà il match della sopravvivenza davanti ai propri tifosi e che la differenza tra il farcela o il non farcela sta “solo” nel segnare un gol in più degli avversari. Missione complessa, ma non impossibile. La questione non è compromessa, ma il rischio fallimento (sportivo) va messo in conto. E da lì in poi si snoderebbero ragionamenti che di sportivo non hanno quasi più niente, ma che riguardano l’aspetto economico e sociale di una città. Tutto l’universo Spal è infatti appeso alle performance della prima squadra. La retrocessione in serie D, a patto che Tacopina, Follano e i finanziatori vari non vogliano dismettere l’asset (lo chiamano così in economia), avrebbe pesanti ricadute su persone e famiglie.
Nell’analisi il primo pensiero va al settore giovanile, già ridimensionato dopo la vittoria degli scudetti, ma costretto a convivere con la perdita di appeal che necessariamente comporta una società di C rispetto ad altre concorrenti di serie A o B. Max De Gregorio e i collaboratori hanno fatto un lavoro enorme, i risultati di Primavera e le varie Under agonistiche sono ancora positivi, ma la fuga di talenti è da mettere in conto soprattutto a fronte di un’altra retrocessione. E con essa verrebbero meno anche i collaboratori sportivi: allenatori, fisioterapisti, pulministi, giusto per citare chi ogni giorno è in prima linea. Si parla - facendo una stima per difetto - di almeno una cinquantina di persone.
Per non parlare del progetto Spal Woman, dedicato alle biancazzurre del presente e del futuro, tanto caro all’americano Tacopina ma che costa tanti soldi e che non ha ragione di esistere in D. Per poi passare alle posizioni dei dipendenti, dei collaboratori e di ogni professionista che gravita attorno al club. Al piano terra e al primo piano della sede lavorano decine di persone, impiegati con famiglia, gente di Ferrara, dipendenti con uno stipendio normale, ma legati a un’impresa che rappresenta una intera città. Molti di loro dovranno guardarsi attorno visto che la struttura dovrà ulteriormente dimagrire. Sarebbe poi impensabile tenere in vita gli Spal Store di via Mazzini e “Le Mura”. Via anche quelli.
E che fine faranno le strutture? Il “Mazza” potrebbe tornare a essere una cattedrale deserta in stile 2012/2013 con vari settori chiusi, riduzione degli steward, limitazioni dei bar e manutenzioni che non saranno certamente così meticolose come quando si gioca tra i professionisti. Idem riguardo al patrimonio logistico presente in via Copparo, ancor oggi superiore di gran lunga anche a parecchie società militanti in cadetteria. La caduta in serie D sarebbe quindi un autentico disastro nucleare non solo per la Spal di Tacopina e gli aspetti sportivi, ma per una intera città che di Spal ogni giorno vive. l
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