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Ferrara, dalla sofferenza alla rinascita: la storia di Simone tra corsa e coraggio

Enrico Ferranti
Ferrara, dalla sofferenza alla rinascita: la storia di Simone tra corsa e coraggio

Rolfini racconta la sua vicenda umana: «Io colostomizzato voglio dar l’esempio. Nulla mi è precluso nemmeno lo sport»

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Ferrara «Mi chiamo Simone Rolfini, ho 43 anni e una storia che per molti potrebbe sembrare segnata dalla malattia, ma che per me è diventata il simbolo di quanto la vita possa essere ricostruita, trasformata e perfino superata».

Inizia così il suo racconto il podista ferrarese, che, con assoluta libertà, svela la sua vicenda, perché «è una cosa a cui tengo particolarmente, perché la mia storia voglio che sia una spinta e uno spunto per tutte le persone che soffrono della mia stessa patologia, la mia condizione, che tante volte crea limiti più a livello psicologico che a livello fisico, tanta gente soffre di depressione, anche nella sua forma più grave. Quindi, voglio portare questa situazione alla luce, alle orecchie di chi è normodotato e di chi è colostomizzato, in modo che possano rendersi conto che la vita e la voglia di fare non hanno limiti, se ce ne si dà il modo».

Ecco, il primo accenno è stato fatto. Ora Rolfini riparte dall’inizio: «Sono nato nel giugno del 1982 con un’atresia anorettale, una condizione complessa soprattutto per l’epoca. I medici riuscirono a operarmi e a permettermi di avere un’infanzia tutto sommato normale, almeno fino ai 16 anni, quando una peritonite perforante mi riportò in ospedale e cambiò radicalmente la mia vita. Da quell’intervento rimasi con una colostomia. Per un adolescente è un macigno: psicologico, sociale, emotivo. Per anni l’ho vissuta come una condanna. Mi sentivo diverso, limitato, inadatto. Il rapporto con le ragazze, il mare, la quotidianità… tutto diventava un ostacolo. Quel sacchetto era il mio muro».

Invece, pur non senza difficoltà, Rolfini è andato oltre, dimostrando prima di tutto a sé stesso e poi al mondo che la vita è sempre in grado di offrire un senso profondo, una prospettiva anche a chi crede di non averla, anche se il percorso può essere accidentato: «Sono diventato padre, ho costruito una famiglia, ma dentro di me quella ferita non si era mai chiusa davvero. Poi è arrivata Chiara, la mia attuale compagna. Con amore, ironia, maturità e una saggezza che io non avevo ancora, mi ha insegnato a guardare la mia colostomia non come un difetto, ma come una parte di me. Una caratteristica che mi rende unico, non inferiore. Da quel momento ho ripreso in mano la mia vita».

Un incontro, la svolta e un nuovo percorso che si è aperto davanti a Simone: «Oggi collaboro con aziende che producono e distribuiscono ausili per stomizzati –svela Ronfini – e sono Ambassador durante seminari, incontri e webinar. Racconto la mia esperienza ai ragazzi che stanno vivendo la stessa esperienza che ho vissuto io, perché possano vedere una prospettiva diversa, possibile, concreta».

In questo percorso c’era e c’è anche lo sport: «Da ragazzino correvo le campestri, amavo la corsa. Dopo la peritonite mi ero allontanato da tutto e negli anni avevo preso abitudini sbagliate, come il fumo. Ho smesso grazie a mio figlio Leonardo, che un giorno si arrabbiò e mi disse: “Basta papà, non devi più fumare”. Smettere mi ha fatto ingrassare, così ho deciso di ricominciare a correre. Da lì è iniziato tutto: ho incontrato persone che mi hanno indirizzato verso un preparatore serio, Paolo Scalabrini, che ancora oggi mi segue con professionalità e attenzione, costruendo programmi su misura per me e per la mia condizione. La sua compagna, la nutrizionista, Sara Boninsegna, ha fatto lo stesso sul piano alimentare. Oggi mi alleno 4 o 5 volte a settimana, spesso alle 5 del mattino. Sono metodico, preciso, determinato. Ho aggiunto anche la bici da corsa, che mi ha appassionato moltissimo».

Una passione che è diventata agonismo, pur a livello amatoriale, anche su distanze ragguardevoli: «Partecipo a mezze maratone, gare da 5.000 e 10.000 metri, in regione e anche fuori, e ottengo tempi di tutto rispetto. Ma soprattutto, quando corro, mi sento vivo. La corsa è diventata la mia felicità, la mia normalità, la mia libertà. L’ultima gara, a Venezia, è stata un esempio perfetto: vento forte, condizioni difficili, ma io ero al top. Ero felice. Perché ogni volta che corro faccio qualcosa che fa bene al mio corpo, alla mia mente e al mio spirito».

Beh, se riguardiamo all’inizio di questo percorso, i passi avanti sono stati molti e significativi, frutto di un percorso e di conquiste: «La vita, a volte, ti toglie. A me ha tolto tanto, e molto presto. È difficile sentirsi diversi quando si è giovani, quando si vorrebbe solo essere come gli amici. Ma crescendo ho capito che siamo tutti uguali e che ciò che ho non mi rende né migliore né peggiore. Sono un padre, un lavoratore, un atleta. Faccio tutto ciò che fa un normodotato. E voglio che chi vive la mia stessa condizione lo sappia: non lasciatevi sprofondare. Lottate, ognuno secondo le proprie possibilità. La vita non finisce con una stomia. A volte, può perfino ricominciare». Una forza della natura, Simone Rolfini, nello sport come nella vita. Il suo è un grande insegnamento, non solo per chi vive la sua condizione.


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