Ars et Labor, Piccioni ci crede ancora: «Penso in primis alla D»
La punta dei biancazzurri: «Se le critiche portano gol, che arrivino»
Ferrara Diversi sono gli appunti che si possono fare a Gianmarco Piccioni, ma non si può dire che l’attaccante in maglia 28 dell’Ars et Labor non stia trovando la via del gol. Dettaglio non banale per chi di mestiere fa la punta. Il classe 1991 nativo di San Benedetto del Tronto, giunto alla corte estense sul finire dello scorso mese di novembre, ha faticato più del previsto a inserirsi e ritrovare la via della rete, mostrando complessivamente un rendimento prestativo al di sotto delle attese. Su questo non ci sono dubbi. Ma allo stesso va dato atto che per un corposo periodo – pressoché recente – nella sezione “reti” nei tabellini dell’Ars et Labor ci è finito soltanto il suo nome (il bottino del campionato parla di 6 marcature fino a questo momento).
Anche l’ultimo gol contro il Pietracuta, giunto in extremis, si è rivelato utile a evitare una dolorosa sconfitta e a mettere un punticino in più nella classifica. Il momento dolceamaro della squadra e le personali letture della propria esperienza biancazzurra figurano come temi portanti nella chiacchierata fatta in compagnia dell’attaccante marchigiano.
Piccioni, ci avevate un po’ illusi…
«Non parlerei di illusioni e delusioni. Noi abbiamo fatto un percorso chiaro nell’ultimo mese e mezzo, raccogliendo quasi il massimo. Peccato per l’ultima battuta d’arresto, ma l’obiettivo non cambia. Lo pensavo quando eravamo a -10, continuo a pensarlo ora. La corsa al primato non è compromessa, dobbiamo ragionare sempre per raccogliere il massimo. Poi, se il Mezzolara sarà stato più bravo, gli stringeremo la mano e punteremo ai playoff».
E in quel caso?
«Sarà una specie di campionato a parte. Io li ho giocati, vincendoli in serie C1 e perdendo una finale al 97’ in C2. Le regole sono regole, quindi bisogna andare avanti per forza, ma è singolare che siamo nell’unica regione in cui non si tengono conto delle distanze tra le prime. Noi abbiamo grande margine sulla seconda e ancora più ampio sulla quinta».
L’umore dello spogliatoio dopo Santarcangelo?
«C’è delusione, è innegabile, perché puntavamo al bottino pieno, ma la prestazione non è stata di livello come le precedenti. Rincorrere da tanto tempo non è facile, soprattutto quando ogni domenica si affrontano avversari che contro di noi si applicano all’ennesima potenza, poi contro altri avversari magari scendono in campo meno feroci. Questa è una croce che dobbiamo portarci fino alla fine. Andiamo avanti e sul traguardo faremo i conti».
La squadra con mister Parlato com’è cambiata?
«Non amo fare paragoni e nemmeno parlare al passato. Dico solo che i due tecnici hanno idee diverse e modi di fare diversi. Anche con Di Benedetto avremmo potuto vincere partite che non abbiamo fatto nostre. Ora siamo uniti e compatti nel voler finire al meglio».
Parliamo un po’ del Piccioni visto a Ferrara. La sua autovalutazione di questi 4 mesi?
«Bellissimi, indipendentemente da quanto si possa dire in giro. Io ci sto mettendo tutto me stesso per godermi questa straordinaria opportunità che mi è capitata. Il salto di categoria, diretto o con i playoff, sarebbe la chiusura di un bel cerchio. Non mi ha fatto piacere sentire o leggere certe cose nei miei confronti, ma io cerco di far parlare il campo, dando una mano alla squadra e a questa società, che mi sta dando tantissimo. Mi sento in una seconda famiglia. Ho ricevuto tante critiche che ritengo ingiuste, ma ormai sono grande, grosso e vaccinato, cerco di passarci sopra. Anche grandi sportivi ai massimi livelli vengono criticati, quindi ci sta. Il mio obiettivo è solo quello di continuare a segnare, visto che lo sto facendo. Poi, so che a Ferrara si era abituati ad altri livelli e ad altri attaccanti, magari avere Piccioni può far storcere il naso».
Può trarre in inganno, però spesso il suo linguaggio non verbale in campo non aiuta l’operazione “simpatia”.
«Sono sincero, questo è un tema, ne parlo spesso anche con il mio procuratore. Io sono onesto quando dico che non ci faccio caso e che dovrei analizzarmi meglio visivamente. Questa cosa me l’hanno già fatta notare e mi dispiace che non riesca a trasmettere l’idea corretta del mio reale impegno e della persona che sono».
Nell’ultimo periodo ha segnato quasi solo lei, eppure la scintilla non è comunque scoccata. Cosa si sente di dire in merito?
«Un mese fa ero meno sereno, ora lo sono di più. Anzi, ci scherzo quasi sopra e mi viene da sorridere. A me basta che parli il campo, che è sempre il giudice supremo. Se poi le critiche portano gol ogni domenica, allora spero ne arrivino tante. È normale che mi avrebbe fatto piacere essere apprezzato in determinati momenti, ma tutto fa parte del gioco. Vengono punzecchiati campioni e fuoriclasse, quindi anche Piccioni può prendersi le sue».
L’avevamo chiesto anche a lui. Ma, la coesistenza forse forzata con Moretti non ha finito per penalizzare entrambi?
«Non credo, perché abbiamo caratteristiche diverse e possiamo giocare assieme. L’abbiamo fatto quando tutta la squadra non girava. Senza i risultati e senza i gol è chiaro che chi fa un mestiere come quello dell’attaccante finisce per essere il primo bersaglio. Le punte sono croce e delizia. Poi, ciascuno è libero di dire la propria. Con Moretti non siamo in competizione, abbiamo l’obiettivo comune di riportare questi colori in alto. Abbiamo anche un rapporto speciale, che va oltre al calcio: lui è un ragazzo eccezionale, raro in questo mondo e saremo amici per tutta la vita».
Contro il Mezzolara quanto le è dispiaciuto rimanere fuori?
«Non voglio raccontare bugie: tantissimo. In una situazione del genere chiunque avrebbe voluto scendere in campo. Detto ciò, i singolarismi non vanno bene, per cui resta il bel ricordo della vittoria della squadra».
Ci spiega l’esultanza “da golf”?
«È una cosa nata tanto tempo fa con mia figlia, che ora ha 8 anni. Vorrei esultare così sotto la Ovest, l’unica volta che ho segnato lì eravamo nel finale di una partita da provare a rimontare».
Ci pensa alla doppia cifra di gol?
«Sì, assolutamente, ma senza assilli. Penso in primis alla serie D, ma voglio arrivare almeno a 10 gol. Se rispondessi il contrario sarei ipocrita».
La sua vita a Ferrara?
«Città bellissima, alla portata di tutti, con un sacco di possibilità di godersi la quotidianità. I ferraresi sono brave persone, qui c’è tutto per star bene. E nello spogliatoio ci sono ragazzi che in 17 anni di carriera non ho trovato molto facilmente in giro. Tutti meritano tanto. Posso assicurare che il senso d’appartenenza è elevatissimo».
Capiamo sia presto per parlare di futuro. Ma, le piacerebbe rimanere per un riscatto a tutto tondo?
«Certo che sì. Chiunque vorrebbe rimanere o venire qui. In questo momento sono determinato nel voler raggiungere l’obiettivo. Farlo dando il contributo che sto dando varrebbe molto per me e quindi sarebbe ancor più bello continuare a Ferrara. Ma ora, testa al Sant’Agostino».l