«Mi mancherà stare ai piedi della Ovest. Quelli alla Spal sono stati anni belli»
Dal ruolo di responsabile degli steward a Slo: Luca Pozzoni racconta i suoi undici anni in biancazzurro tra club e tifo
Ferrara Una decina di anni passati al servizio della Spal, partendo da responsabile degli steward nel 2015. Lo Slo (Supporter liaison officer) è il responsabile dei rapporti tra la società e i tifosi, ma Luca Pozzoni è stato molto più di questo negli anni d’oro – anche in quelli bui – dei biancazzurri. Quest’estate il suo rapporto con la squadra ferrarese si è inaspettatamente interrotto (una delle poche scelte della nuova dirigenza che hanno fatto storcere il naso ai più) , ma Luca continuerà a seguire la Spal da tifoso, magari da quella curva ai cui stava ai piedi fino a qualche mese fa.
Pozzoni, come sono stati i giorni successivi alla notizia della separazione?
«Sono rientrato dalle ferie il 12 luglio e lunedì 13 ero in sede. Mentre ero via, chiedevo a qualche collega cosa stesse succedendo nell’ambiente, c’era stato il passaggio di proprietà pochi giorni prima. Avevo un sentore strano in quei giorni, un malessere che non riuscivo a capire bene. Quel lunedì pomeriggio sono stato chiamato in ufficio e il signor Bonnici mi ha comunicato la notizia. In quel momento ero felice, perché nelle ore prima vivevo col dubbio: almeno ora lo sapevo, è stato un sollievo. Sono stati anni belli».
Oltre a questo, come sta vedendo l’operato della nuova proprietà maltese?
«Noto un affiatamento maggiore tra società e piazza rispetto alle precedenti proprietà. Portelli, come lui stesso afferma, è un uomo da panchina, che vive per la partita. Questo al tifoso piace. È sempre il campo a parlare, ma se mantenessero quello che hanno promesso sarebbe una gran cosa».
Quale sarà l’aspetto che le mancherà di più di questo ruolo?
«Tutta la settimana, lavoravo sette su sette. Tuttavia, il giorno di cui avrò più nostalgia è quello della partita. Dal lunedì al sabato facevo molta fatica, perché questo è un mondo dove se non te ne frega niente di nessuno vai avanti. Se sei uno come me, che ci è entrato 11 anni fa e il calcio lo frequentava dagli spalti, è difficile. Devi lottare contro le invidie e tanto altro. Vivevo per quell’ora e mezza di partita e stare sotto la curva.
Mi mancherà stare ai piedi della Ovest: è una curva da 4.500 tifosi, nonostante ciò dopo anni riuscivo a tenere tutto sotto controllo. Sapevo dove era tizio e dove era caio. Vengo da quel mondo lì, conosco la mentalità dei tifosi e del tifo organizzato: devi entrare in sintonia con loro, capire quando e come parlare, le loro necessità e bisogni».
Quanti aneddoti potrebbe raccontare su questa decade alla Spal?
«Il 3 marzo del 2018 è stato il mio battesimo ufficiale da Slo: il derby col Bologna, nel quale c’è stata la famosa coreografia di San Giorgio col drago. Bisogna fare la richiesta in Questura per esporre una coreografia, elencando tutte le caratteristiche, materiali ecc… Quel giorno vado in Questura per esporre la coreografia in questione, con San Giorgio biancazzurro e il drago arancione. Poi, allo stadio, il drago è diventato rossoblù. Mi chiamò subito la Questura, dicendo “Pozzoni, si è fatto fregare!”.
Un altro bel ricordo risale a Parma, quando perdevamo 2-0 e abbiamo vinto 3-2 col gol di Fares. Se si vanno a vedere le immagini, sul gol decisivo sono dietro alla porta inondato di birra. Dopo l’incontro tornai in macchina con Schiattarella, fu molto divertente. La coreografia che mi è piaciuta di più è stata quella contro il Modena, con Gatto Silvestro che mangia il canarino. Anche per la preparazione che c’è stata dietro, coi ragazzi della curva intenti a prepararla la sera prima al freddo»
Un calciatore in particolare con cui ha condiviso tanto?
«Il mio feeling con Antenucci è un qualcosa di particolare, sin dal primo anno. Siamo entrati in sintonia: non perché fosse un calciatore importante, tratto tutti in egual modo. L’aneddoto più divertente con Mirco risale alla prima salvezza in Serie A, penso che al Messisbugo si ricordino ancora di quella serata».
C’è anche qualche ricordo negativo in questi anni?
«Sì, ce ne sono alcuni. Uno legato al Parma, quando siamo retrocessi e Tacopina fece quella scenata in tribuna. Ero lì allo Skybox: fu molto pesante, perché scatenò l’ira delle persone in tribuna e non solo. Un personaggio come lui era difficile da gestire. Gli ultimi anni con lui sono stati molto stressanti, non accettava il fatto di non essere venerato dai tifosi, lo soffriva molto. Quando lo contestavano, diceva a me che non ero capace di gestirli, che non ero bravo nel mio lavoro. Gente vicino a lui lo appoggiava, non c’era simpatia nei miei confronti.
Molto peggio è stato quando è venuto a mancare Pregno, perché a distanza di qualche ora ci ha lasciati anche mia mamma. Quando penso a lei, mi viene sempre in mente anche lui, sebbene non ci avessi molta confidenza. Mia mamma aveva una certa età, lui era un ragazzo giovane, mi è dispiaciuto molto».
Come ha vissuto il fallimento?
«La bomba è esplosa il 6 giugno, il 2 lo sapevo già. Non riuscivo ad accettare il fatto che finisse così, dovevo fare qualcosa. Ero andato a vedere il basket, ma uscii dal palazzetto per chiamare una persona molto importante per comunicarglielo e chiedergli una mano. Si è interessata subito, ci teneva tanto, ma non c’erano più i tempi tecnici per iscriversi al campionato. Il giorno del fallimento ero a Milano, sono stato l’ombra di Adriano (ex calciatore dell’Inter, ndr) per due giorni, sono riuscito a distrarmi un po’».
È cambiato qualcosa nel suo ruolo nelle categorie attraversate?
«L’anno più difficile è stato quello in Eccellenza. Questo perché nei grandi stadi di Serie A c’è organizzazione, ma quando ti ritrovi in una categoria come l’Eccellenza e hai al seguito mille tifosi in uno stadio da 500, è faticoso. Per le stesse società e Questure è difficile gestire un evento così. Quando abbiamo giocato la prima a Sant’Arcangelo sono dovuto andare personalmente in questura a Rimini, mai successo prima. Il modo di lavorare è completamente diverso. La Serie A è stata la categoria dove mi sono divertito di meno, la Serie B è quella più bella e divertente».
E ora? Cosa la attende nel prossimo futuro?
«Ci sono varie cose in ballo, intanto voglio riprendere in mano la mia vita. Sono stati undici anni di lotta e sopravvivenza, come dicevo prima. Sicuramente andrò allo stadio a vedermi la partita, in curva. Avevo un rito durante gli incontri, con un ragazzo che mi portava la birra nel primo e nel secondo tempo. A volte andrò anche in tribuna, in modo da vedere la Ovest piena da essa. Li in mezzo ci sono persone a cui voglio bene, magari non le vivo quotidianamente, ma sono tutte figure che incontro e vedo volentieri».
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