Ceccato, ecco come la pittura è stata compagna di una vita
Ecco l’ultima intervista all’artista che aveva realizzato cicli pittorici su vari temi Stava preparando l’ultima esposizione in città, non ha mai smesso di dipingere
di ATHOS TROMBONI
A. vevo salito le scale della clinica Quisisana per fare visita a Otello Ceccato, pittore. Avevo saputo che era ricoverato per collasso cardiocircolatorio; il pericolo di morte pareva per fortuna scongiurato e stava trascorrendo la convalescenza ma poi l’artista si è aggravato ed è deceduto.
L’ultima volta che ci eravamo visti era stato al Maf di San Bartolomeo in Bosco, il 24 marzo scorso, giorno del suo 86º compleanno, per l’inaugurazione di una mostra retrospettiva sul “Ciclo pittorico della canapa”.
Alla Quisisana una gentile infermiera mi aveva accompagnato alla stanzetta che il pittore divide con un altro degente. Entro, saluto, chiedo all’altro degente se disturbo, risponde di no e si mette in ascolto mentre realizzo quella che è stata l’ultima intervista ad un Ceccato chiaramente segnato dalla sofferenza, ma il cui spirito era ancora gagliardo, volitivo, per niente fiaccato dal male.
Lei è conosciuto come il pittore dei cicli; da dove nasce questa idea?
«Mi piace dipingere il racconto - ci rispose -, ad esempio, quando ero giovane e venivo da Padova a Copparo per incontrare Luisa, la fidanzata che poi ho sposato, ero suggestionato dalle nebbie della campagna. Lì è nata l’idea del racconto che si deve protrarre al di là della singola tela, perché oltre le apparenze e oltre l’attimo c’è una poesia che può essere raccontata, e io allora la individuavo in quel paesaggio ovattato; così mi sono messo a studiare la combinazione dei colori per trovare nella pittura a olio le trasparenze e le leggerezze del paesaggio nebbioso».
Come procede per realizzare i suoi cicli?
«Quando l’idea cattura la mia attenzione comincio prima a disegnare. Poi faccio l’acquerello per studiare il rapporto fra i colori. Infine, vado sulla tela. Ad esempio, il ciclo sulla canapa è nato dalle suggestioni che mi davano i racconti di mia suocera; ho fatto alcuni disegni interpretando secondo la mia fantasia; poi li ho sottoposti ai contadini e mi sono affidato a loro per sapere se avevo capito nel modo giusto. Così, di disegno in disegno, sono giunto alle 25 tele ad olio ricavandole dagli studi ad acquerello, sì quegli studi che ho esposto al Maf. Gli olii della canapa, salvo uno, sono tutti presso collezioni private».
Perché salvo uno?
«Perché quello non l’ho mai voluto vendere. Le racconto una storia su quel quadro: all’epoca ero tormentato continuamente da sogni dove i contadini mi rimproveravano di sbagliare tutto, dicevano che quanto dipingevo non corrispondeva alla vera atmosfera che si creava durante la lavorazione della canapa. Ho confidato i miei turbamenti al maestro Franco Farina, allora direttore della galleria di Palazzo dei Diamanti e lui mi disse di fare un autoritratto dove io, nel mio studio, ricevevo i contadini che mi parlavano della canapa. Lo feci e da quel giorno non ho avuto più sogni tormentati sull’argomento».
Altri dipinti nel suo cuore?
«Molti, tutti collocati presso collezioni private. Comunque voglio ricordarne alcuni che mi hanno dato emozioni e soddisfazioni: il murales di 20 metri per 4 di altezza con il ritratto di Don Bosco sulla facciata del collegio salesiano di Briga, in Svizzera. Poi il quadro di 120 x 220 centimetri collocato nella chiesa di Copparo, commissionato da Don Giorgio Dejana nel 1982 per la beatificazione di don Luigi Orione voluta da Papa Woytila. Quando il Papa venne a Ferrara gli fu mostrato e lui lo volle nella sua camera quella notte che dormì nella nostra città. E poi il ritratto di Silvio Berlusconi con la mamma, signora Rosa, dipinto nel 2008, pochi mesi dopo la morte della signora. Quando lo abbiamo consegnato, Silvio Berlusconi si mise a piangere dalla commozione».
Citi altre due persone che ricorda in particolare...
«Sarebbero più di due... Allora diciamo, Claudio Abbado. Lo incontrai nel 2006 a Ferrara, grazie all’intercessione dell’allora assessore Antonio Fortini. Volevo parlare con il maestro, perché da alcuni mesi mi stavo dedicando ad un nuovo ciclo, quello sulla musica. Ho sempre ascoltato e ascolto musica classica mentre lavoro, ma non l’avevo mai dipinta. Era arrivato il momento. Attualmente ho 27 studi ad acquerello e poche tele sull’argomento, però sarà il prossimo ciclo, tutto informale, astratto; e questo lo sto raccontando a lei in anteprima».
Cosa vi siete detti con il maestro Abbado?
«Gli chiedevo come si potesse rappresentare una sinfonia e lui, vedendo le foto dei miei paesaggi, disse che le mie pitture era già sinfonie e alcune di esse erano al limite tra il figurativo e l’informale, eteree come la musica. Poi con la mano destra abbozzò un attacco, mentre con la sinistra reggeva davanti ai suoi occhi la fotografia di un paesaggio nebbioso».
L’altra persona da citare?
«Vittorio Sgarbi - risponde Ceccato -, non solo perché ha presentato da par suo la mia personale “Fontane di Roma” nella capitale, nel 2000, ma perché lo giudico una persona del tutto speciale».
Infine, ci aveva parlato dei prossimi impegni che purtroppo non potrà rispettare...
«Trasporterò sulle tele gli studi ad acquerello del ciclo della musica: spero di far rivivere con i colori ad olio e con l’acrilico tutti i colori musicali dei vari Vivaldi, Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Chajkovskij e Ravel. E mio figlio Stefano, curatore delle mostre, con l’aiuto di mia figlia Eleonora, dovrà trovare i contatti giusti per un’esposizione nella nostra città. Insomma - chiuse -, non smetterò di dipingere».
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