Un concentrato di estremismo culturale ferrarese
L’Apoteosi di Ercole dipinta dal Garofalo analizzata alla mostra di Venaria Reale
MICAELA TORBOLI. È in corso fino a domenica, presso la maestosa Reggia sabauda di Venaria Reale, l'esposizione Splendori delle corti italiane. Gli Este. Rinascimento e barocco a Ferrara e Modena (fino al 6 luglio, catalogo F.C.Panini). La mostra è fin troppo ricca di opere d'arte estensi molto eterogenee e dai contenuti iconologici complessi, e forse i visitatori ne trarranno più che altro un godimento estetico, dato che quasi ogni esemplare esposto richiede approfondimenti tali da rappresentare uno sforzo erculeo per il turista, compreso quello colto. Poco possono didascalie e pannelli esplicativi. Così mostre interessanti ma difficili diventano quasi un boomerang, come è avvenuto nel 2008 a Ferrara con la mostra dedicata a Garofalo. Forse sarà più utile, anziché impostare un discorso generale sull'esposizione come se ne trovano cento su Internet, concentrare lo sguardo su una sola delle opere presenti, che servirà da esempio. Prendiamo proprio un tema erculeo e garofalesco che si ammira alla Venaria, la Apoteosi di Ercole di Benvenuto Tisi detto Garofalo eseguita intorno al 1539-40, una tela di non grandi dimensioni (cm.85,5x116). Le ristrette possibilità date dal catalogo di piccolo formato permettono per l'Apoteosi una smilza paginetta di scheda, scritta da Marcello Toffanello. Si era persa traccia del quadro, in origine forse dipinto per il Castello Estense (e presente negli inventari ducali modenesi fino al 1720 circa), quando nel marzo 2004 la galleria d'arte londinese Beddington & Blackman ne inserì la foto nella propria pubblicità nella rivista The Burlington Magazine, come recente acquisto del principe Hans-Adam II von und zu Liechtenstein il quale stava per esporlo nella nuova sede museale del palazzo di famiglia di Vienna. Prima il quadro fu portato in Castello Estense per la mostra Gli Este a Ferrara. Anna Stanzani redasse allora un testo per spiegare i misteri del dipinto ignoto agli studiosi. L'Apoteosi è un concentrato di estremismo intellettuale ferrarese. Offre, sullo sfondo inferiore, una rarissima immagine della Ferrara cinquecentesca vista da sud, quasi una splendente "Gerusalemme celeste" pagana, con le mura formidabili, lo scomparso Castel Nuovo ed il campanile di San Giorgio affacciati sul Po, ritratto anche in forme umane come si vede nella statuaria antica: è il vegliardo ignudo dalla barba bianca. In primo piano l'eroe Ercole, semidio figlio di Giove e della mortale Alcmena, sceglie la morte sul rogo per sfuggire ai dolori provocati al suo corpo dal contatto con la camicia cosparsa dal sangue velenoso del rivale in amore, il centauro Nesso. E' qui la personificazione del duca di Ferrara suo omonimo, Ercole II d'Este. Assistono alla scena l'arciere Filottete erede delle armi di Ercole e la Fama alata in abito verde, con la tromba con cui suona la gloria dei virtuosi. Ercole salirà nell'Olimpo accolto da Mercurio (porta il petaso, il copricapo alato) che lo incorona, dal padre Giove che lo prende per mano (reca un fascio di fiamme che simulano il fulmine), e da una figura femminile dal capo coperto che gli tende una sorta di piatto molto profondo. Stanzani la identificò con Minerva, ma nel 2007 Vincenzo Farinella optò per Ebe, coppiera degli dei e sposa celeste di Ercole dopo la sua assunzione all'Olimpo. Questa tesi, seguita anche da altri esperti (ma A. Pattanaro mette un punto interrogativo vicino al nome di Ebe) fino al catalogo della Venaria, contrasta con la consueta raffigurazione di Ebe, simbolo di gioventù, che ci viene tramandata come una fanciulla che indossa solo una leggera gonna che lascia i seni nudi, i capelli ornati talvolta di fiori, e regge una coppa a calice e non un piatto. La dea che vediamo è piuttosto una pudica matrona, che porta sulla testa un lembo della "palla", lo scialle che serviva alle donne mature per definire il proprio status. Propongo si tratti di Giunone, moglie e sorella di Giove, che troviamo nella stessa posa di offerta di una "tazza" (ovvero patera, usata anche per spargere sui cadaveri o le pire i profumi e i vini), e abiti simili a quelli descritti e illustrati nel fondamentale libro Imagini de i dei degli antichi del reggiano e suddito estense Vincenzo Cartari (prima ed. Venezia 1556, prima ed. illustrata Venezia 1571), dedicato al futuro cardinale Luigi d'Este. La fonte primaria di questa versione del mito è il IX libro delle Metamorfosi di Ovidio, importante in àmbito estense anche in virtù della presenza del passo che ispirò il cardinale Ippolito II per una sua impresa, quella del drago nel giardino delle Esperidi. In Ovidio risalta l'odio di Giunone per Ercole in quanto frutto del tradimento del marito, ma anche la sua finale accettazione del morente seppur con qualche mugugno: sembra un richiamo alla pacificazione ed al ruolo di una sposa remissiva secondo la mentalità del tempo, con la speranza che infine la ribelle moglie del duca, Renata di Francia, si sarebbe piegata ad ubbidirgli. Ma limitare la fonte ad Ovidio è poco estense, dati alcuni aspetti del quadro lontani dal testo ovidiano ed inspiegabili. Occorrerà impostare una lettura comparata tra le Metamorfosi e le mitografie ferraresi del tempo, come quella di Lilio Gregorio Giraldi, e gli scritti encomiastici in onore del duca di Ferrara, quale ad esempio la Herculis vita dello stesso Giraldi, uscita a Basilea proprio nel 1539.
Il dipinto continua a riservare sorprese. Nel 2011 Andrei Bliznukov ha pubblicato (in Scritti per Chiara Tellini Perina, Mantova, Marinelli, pp.87-93) uno schizzo inedito del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi che riporta in modo quasi completo l'Apoteosi e ne sarebbe l'origine. Viene attribuito a Giulio Romano, ma con cautela dato il cattivo stato del foglio. L'Autore, interpellato, mi conferma che a suo parere Garofalo era «un artista di scarsa qualità inventiva che non sarebbe arrivato ad una ideazione così complessa»; ho obiettato che avrebbe potuto, come spesso accadeva, farsi aiutare nell'invenzione da qualche erudito estense; ma Bliznukov è convinto che il disegno non rechi comunque l'impronta stilistica del maestro; quindi Garofalo avrebbe utilizzato gli spunti di un cartone giuliesco per un dipinto che esaltasse il duca; io darei invece maggior credito a Garofalo. Mille problemi relativi all'Apoteosi sono perciò tuttora aperti, si provi a moltiplicare tanta complessità quasi per ognuna delle tele alla Venaria e si avrà una pietanza tanto condita da risultare quasi indigeribile.
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