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Ferrara può essere la capitale del Rinascimento Urbano

Ferrara può essere la capitale del Rinascimento Urbano

Al bando le periferie anni ’60: il processo di riqualificazione deve partire qui

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Il tema delle periferie è tornato al centro dell’attenzione nazionale, specialmente dopo la traccia della Maturità e la lettera di Renzo Piano. In realtà, prima di tutti, ne aveva parlato Adriano Celentano, ma nessuno sembrava volerlo ascoltare, poi arrivarono diversi annunci e interventi ministeriali riguardo a provvedimenti e demolizioni per le torri e le stecche di Tor Bella Monaca e il Corviale: più in generale, col tempo, si prese lentamente coscienza che per le Periferie italiane bisognava fare assolutamente qualcosa.

Ogni città italiana, ha visto sorgere negli anni ’60-’70 del secolo scorso la sua periferia hard: è la Slab Urbia, la periferia dell’Europa modernista costruita con l’impiego di lastre (slab, appunto), stecche e torri che sono diventate simbolo di un brutalismo architettonico allora tanto in voga. Sono centinaia di migliaia, se non milioni, i cittadini italiani costretti a vivere all’interno di ‘scatoloni’ di cemento armato, dovendo ringraziare la sperimentazione di quegli anni, disastrosa.

E usare il termine ‘costretti’ non è affatto un’esagerazione: i cittadini che vi abitano, economicamente disagiati e precipitati in un sistema malsano che li ha presto fagocitati, mai hanno avuto la possibilità di poter scegliere. L’edilizia popolare ha sempre previsto, infatti, l’utilizzo di denaro pubblico per la costruzione di abitazioni per persone che la società ha, senza sforzo alcuno, etichettato con un semplicistico ‘serie B’. In quegli anni, così come oggi, si sono creati veri e propri ghetti progettati da architetti che per primi mai vi prenderebbero casa. Nessuno potrà dire con orgoglio di dimorarvi, e i progettisti ne parlano distrattamente dai salotti dei loro palazzi storici, nei centri delle più belle città italiane.

Il dramma della periferia italiana è tutto in queste mostruose scatole cementizie, simbolo più che mai di un fallimento, prima di tutto economico e socio-culturale, ma anche architettonico e ambientale. Un fallimento che genera ormai ogni anno enormi costi di gestione: dal sentimento di alienazione di chi vi abita, coinvolti loro malgrado in esperimenti urbanistici completamente tramontati, in edifici non concepiti per essere amati né manutenzionati, derivano costi sociali ciclopici. Ma altrove, oltreoceano e oltre le Alpi per esempio, si è già iniziato a demolirli.

I primi passi. Il Pruitt Igoe di St Louis fu demolito nel 1972, poi fu il turno del grattacielo della Tour Bleue a Bruxelles. A Londra le torri di Paternoster Square sono state distrutte ormai 14 anni fa, e così le stecche di Marsham Street. E ogni anno, in Francia, l’Anru (Agence nationale pour la renovation urbaine) demolisce centinaia di slab e scatole di cemento per sostituirle con quartieri urbani a misura, finalmente, d’uomo.

Le idee di Le Corbusier sulla “Unité d’Habitation” che hanno ispirato il Brutalismo delle periferie hard degli anni ’60 sono al giorno d’oggi assolutamente superate e causano pesanti problemi sociali. I progettisti di tali contenitori non sono che gli eredi dell’ultima delle ideologie che hanno infestato il secolo passato: al tramonto di tutti gli -ismi del ’900, mentre Comunismo, Fascismo e Nazional-Socialismo sono scomparsi travolti dai loro tragici fallimenti, è sopravvissuto solo il modernismo architettonico, che trova ancora terreno favorevole nelle scuole di architettura. È per questo che le varie Biennali non possono considerarsi soluzioni del problema. Pare di primaria importanza suggerirlo ai Ministri e a Renzo Piano: alla criticità delle periferie italiane non può certo rispondere con il ripetere di uno stesso, stanco, rituale di adorazione dei vecchi maestri del Novecento.

Lo diceva anche un certo Albert Einstein: “Non è mai intelligente aspettarsi la soluzione di un problema da chi quel problema lo ha generato”.

Le periferie brutaliste sono dunque l’immagine fisica di un malessere sociale, culturale e politico che ha infestato il vecchio continente nel “secolo delle idee assassine”, come lo battezza Robert Conquest: non stimolano altro che disgusto, e non perché siano state costruite da speculatori edilizi, piuttosto perché concepite, progettate, disegnate per rompere con la cultura borghese, la cultura della città e dei suoi abitanti. E, possiamo dire, lo hanno fatto egregiamente.

Sarebbe necessaria una massiccia azione delle palle demolitrici, non c’è dubbio, ma bisogna anzitutto avviare una grande Riforma della periferia italiana, una trasformazione che assuma i caratteri della Città Italiana come fondanti del nuovo progetto, finalmente estranea alle ideologie fallimentari che hanno prodotto i mostri di Corviale, Tor Bella Monaca, Expo 2015, e si potrebbe continuare quasi fosse una filastrocca.

L’esempio italiano. Si tratta di caratteri, quelli che una riforma efficiente richiede, che noi conosciamo bene: le caratteristiche della Città Italiana sono universalmente riconosciute e copiate in tutto il mondo per risanare le periferie degli States, o quelle dell’Europa: le risposte le abbiamo formulate noi stessi, e sono il quartiere a misura d’uomo, le strade con negozi, le piazze, le corti verdi, la chiara riconoscibilità dello spazio pubblico e di quello privato. Urge una Biennale della Bellezza che avvii una grande riconciliazione tra architettura e città, una Biennale che metta al centro della riflessione l’uomo e non più la macchina. Non uno soltanto, fra le milioni di persone che vivono nelle periferie, dovrebbe esser escluso dalla possibilità di scegliere tra il costringere la propria esistenza ad abitare in un esperimento fallimentare piuttosto che prendere casa in un eco-quartiere urbano ispirato ai migliori esempi dall’Italia.

Ora pensate al Corviale, una stecca lunga 1 km dove dalla metà degli anni ’70 vivono circa 6.000 abitanti: concepito come un esperimento di Unità d’abitazione in ritardo di circa 50 anni dalle teorie lecorbuseriane, l’edificio della capitale era già nato vecchio e l’obsolescenza dei suoi pannelli cementizi è, più che mai, la metafora dell’obsolescenza di un brutalismo architettonico oggi abbandonato in tutto il mondo. Ora, distruggete le sue pareti di cemento, dimenticatevi del grigio imperante, demolite tutto il Corviale e sostituitelo con una Eco-città giardino, ossia nuovi quartieri urbani ispirati ai migliori quartieri giardino di Roma corretti coi giusti valori di densità e mix di funzioni. Avrete concepito un quartiere urbano compatto, integrato, accessibile per i pedoni e ricco di spazi pubblici a misura d’uomo. Sarebbe il primo segnale di una nuova fase nella storia della città italiana.

Si cambia. È lecito, e doveroso, credere che dopo il lento declino degli ultimi 60 anni possa aprirsi anche in Italia una nuova stagione di Rinascimento Urbano, un’operazione di alto valore sociale e ambientale a dimostrare che si può riparare ad un errore commesso, una volta scoperto e riconosciuto. La tendenza negativa può essere invertita, così da offrire ai cittadini la possibilità di scegliere di vivere in un ambiente urbano armonioso, dotato di piazze ispirate alla tradizione della città italiana, ricco di spazi pubblici e corti verdi dove i bimbi possono giocar tranquilli.

La grande bellezza del nostro Paese potrebbe rivivere un nuovo Rinascimento partendo della nostra piccola-grande Ferrara, dalla nostra cultura che in tutto il mondo, questo sia chiaro, ci copiano, comprano e invidiano.

Il ruolo della nostra città. Ferrara potrebbe tornare sotto i riflettori internazionali. Valorizzare l’Addizione Erculea e la natura universitaria della nostra città, facendo leva sull’attenzione mondiale, genererebbe una rivoluzione copernicana che eviterebbe la fuga dei neolaureati all’estero, costretti ad emigrare per progettare e studiare la nostra cultura.

L’edilizia, si sa, è sempre stata il primo indice di allarme di crisi e ripresa: l’effetto che potrebbe avere sul Paese un programma di riqualificazione e ricostruzione delle periferie italiane sarebbe immensamente salutare e problemi quali sicurezza, malcontento e frustrazione della popolazione troverebbero soluzione.

Si genererebbe mercato, attività e ripresa, si inaugurerebbe una grande stagione di Rinascimento Urbano capace di migliorare le condizioni di vita degli abitanti e di contribuire ad elevare il livello della città italiana nel mondo. Si svilupperebbe, per natura intrinseca dell’ambiente, un notevole circolo virtuoso che potrebbe offrire lavoro ai giovani neolaureati, ai piccoli e medi imprenditori, agli artigiani, così come agli artisti e ai commercianti.

Ora che il problema è (ri)conosciuto si tratterebbe soltanto di trasformare il condizionale in futuro programmato, perché l’ipotesi possa diventare imperativo: imperativo categorico, per la precisione, perché le periferie necessitano ora di riforme, di nuova vita, di quella possibilità d’esistenza sempre negatagli. È l’hic et nunc a richiederlo: errare è umano, perseverare nello stesso orrendo errore sarebbe tragico.

Ciro Patricelli

anno collaborato A Vision of Europe, link www.avoe.org,

Anru, Eccn e Cnu)

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