La Nuova Ferrara

Ecco Carolina Marisa Un’artista legata alla sua amata terra

di ANDREA SAMARITANI
Ecco Carolina Marisa Un’artista legata alla sua amata terra

Viaggio nel mondo della Occari, scomparsa pochi mesi fa «Amava stare in mezzo agli elementi naturali» dicono i figli

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di ANDREA SAMARITANI

L. o studio di Carolina Marisa Occari è in Valle Giralda. Ma è anche in Valle Bertuzzi. Oppure nella golena del fiume Po a Stellata. A parte una quota minima nella sua produzione, Carolina realizzava le sue incisioni ‘dappertutto’, dovunque ci fossero natura, alberi, vegetazione, specchi d’acqua e canali. Il suo studio, inteso come atelier, o come stanza attrezzata, non esiste.

«La mamma amava stare in mezzo agli elementi naturali: gli alberi, il Po, il Delta, i fiori, le case polesane. Il grande Olmo a Pincara, la Quercia a Santa Maria Maddalena. Nella natura si sentiva a suo agio, più che in qualsiasi studio chiuso. Incidere le lastre nella natura era la garanzia della qualità della sua arte. Infatti, le rare volte che cercava di prendere ispirazione da una fotografia, o lavorare con la fantasia, quelle lastre registravano un segno inevitabilmente più rigido e distaccato». La figlia Licia, sospira e appena finisce la frase, ritorna con lo sguardo a girarsi verso la finestra del balcone, a cercare il verde intenso degli alberi fitti nel cortile sottostante dell’Istituto Canonici Mattei.

Anche il disegno architettonico le faceva esprimere un segno rigido. Ad esempio, gli avevano chiesto di disegnare la chiesa di San Benedetto di Ferrara, ma l’ha dovuta rifare tre volte, perché faticava a rendere armonioso il segno così ordinato delle strutture, così come nella raffigurazione di castelli, ville, rocche, campanili, sentiva la necessità di controbilanciare la fissità delle linee geometriche con quelle spontanee ed impreviste della natura che ci disegnava attorno.

Sono a sedere nella cucina di casa, dell’abitazione-studio di Carolina, in via Francesco del Cossa a Ferrara, al secondo piano di un condominio degli anni ’50, insieme a Licia e Luca (due dei quattro figli di Carolina), che da anni stanno raccogliendo e catalogando il lavoro pittorico realizzato da Carolina nell’arco di una vita intera.

«Nel cortile che vedi, da piccoli ci andavamo sempre a giocare, era immenso, come tutte le cose viste con gli occhi dei bambini», mi racconta Luca, anche lui guarda fuori dalla finestra, «Da qui Carolina vedeva il mondo, le foglie di questi alberi, i rami, la corteccia, fino al 10 maggio scorso, quando si è spenta, a ottantasette anni».

C’è ancora la sua grande poltrona, con le coperte e i cuscini, su cui ha disegnato e dipinto le sue ultime opere. Il corridoio dell’appartamento è una galleria-quadreria, con tante incisioni appese su quattro file sovrapposte fino al soffitto.

A dire il vero uno studio in stile showroom ci sarebbe, al piano terra. Ricavato in un ex ufficio luminoso e rifatto di nuovo, con cavalletti, torchio, un bel divano, e tante incisioni alle pareti. L’aveva sistemato Luca per la mamma, per fargli un regalo, ma Carolina non è mai riuscita ad andarci perché negli ultimi anni si muoveva poco e con l’ausilio della carrozzella. Uno studio potenziale, uno spazio che comunque rimarrà a disposizione dei figli, impegnati nella conservazione delle opere della mamma.

«La mamma aveva spesso le mani nere, perché stampava senza guanti. Mani inchiostrate, abiti e grembiuli pieni di patacche dappertutto», racconta, forse esagerando un po’, Luca. «Ma lo posso scrivere?» chiedo loro, «Ma certo figurati, la mamma era un po’ persa, nel senso di distratta. Pensa che sovrappensiero da ragazza una volta si è presentata a un distributore di benzina solo che non si è resa conto che era in bicicletta! Però gli abbiamo sempre voluto bene, come mamma era attentissima a noi, come artista invece ricalcava esattamente lo stereotipo di molti artisti: geniali ma persi e distratti». Licia che cura la catalogazione di tutte le opere, mi racconta sorridendo: «Sto mettendo ordine al caos creativo della mamma. Ho trovato dei disegni perfino in mezzo ai panni».

Carolina in tutta la sua vita artistica ha realizzato 1.051 opere, di cui 412 incisioni e 639 tra disegni, olii, acquerelli e pastelli. È di imminente pubblicazione, presso Marsilio Editore, l’opera completa contenente molto materiale non pubblicato, comprese curiose opere disegnate sul retro di altri fogli già disegnati. Non ci sono opere grandi, perché «La spaventava il formato grande, le sembrava di darsi troppo importanza», mi ricorda Licia mentre sfoglia il catalogo.

Il catalogo dovrebbe essere pronto per ottobre, in concomitanza con una mostra che il Comune di Ferrara le dedicherà alla Casa dell’Ariosto. I familiari stanno cercando di far coincidere la data del vernissage con il 12 ottobre, giorno in cui avrebbe compiuto 88 anni.

Carolina la possiamo ricordare anche come “la donna che disse di no a Morandi”: dopo aver concluso gli studi all’Accademia di Bologna, vista la sua predisposizione e i bei modi di fare, il grande maestro del ’900, Giorgio Morandi, suo insegnante, le chiese ufficialmente di fargli da assistente. Carolina ci pensò un po’, poco a dire il vero, e gli disse di no! Perché voleva tornare a Stienta, suo paese d’origine, nel rodigino. Il borgo della sua infanzia attaccato a “il mio Po”, come usava dire sempre. Quel grande fiume che l’ha ispirata in tanti disegni e incisioni, senza stancarsi di contemplarlo e raffigurarlo, anche e soprattutto durante la famosa alluvione del Polesine del ’51, quando ha realizzato varie incisioni ora conservate sia all’Accademia dei Concordi di Rovigo, che nella collezione della Cassa di Risparmio del Veneto/Intesa San Paolo.

In quel periodo Carolina dà alla luce 4 figli in 5 anni ed è quindi costretta ad abbandonare l’arte per 20 anni. Si crea un vuoto artistico dal 1958 al ’76, anni in cui ha insegnato a Tresigallo, Codigoro e altri Comuni della provincia. C’è da dire però che non sono stati anni buttati, perché oggi vediamo che il germe dell’arte si è sparso in famiglia, figli e nipoti hanno a che fare con varie discipline artistiche: Luigi (pittore e illustratore), Luca (foto, molte di paesaggi), Laura (quadri e progetti di design), Licia (curatrice dell’opera materna), Tosca (illustratrice) e Giulia (ceramista).

La più bella mostra che ricordano Luca e Licia risale a vent’anni fa: «Una bella antologica a Casa Cini nel 1994, curata con passione e dedizione da don Franco Patruno».

Uno dei modi per apprezzare l’arte di Carolina, alla ricerca della peculiarità delle sue opere, sta in questi piccoli suggerimenti di lettura che mi hanno esposto Luca e Licia. Semplici ma efficaci parole chiave per svelare i segreti della sua arte. Li saluto rimandandomeli a memoria, come paradigmi preziosissimi per amare ancor di più la ricerca artistica di Carolina.

La natura morta la affrontava alla Morandi: prima componeva gli elementi, li guardava a lungo, fino ad assorbirne le luci e soprattutto le forme. Lo stesso soggetto viene riproposto con varie tecniche. Carolina è stata estremamente duttile nel passare da una tecnica a un’altra: spesso nei paesaggi appaiono figure piccole, un uccello, una barca, tante volte il marito Claudio, figli e nipoti, per umanizzare ancor di più la natura.

E, penso io, per ricordarci che siamo piccoli rispetto al mistero della creazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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