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Il diario del ferrarese Chailly finalista al premio Tutino

Il diario del ferrarese Chailly finalista al premio Tutino

Fra le otto storie selezionate anche quella dell’ingegnere durante la guerra Drammatiche le parole scritte in Sicilia: «L’Italia è a pezzi, cosa ne è dei miei?»

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P resentati i finalisti del 30º premio Pieve Saverio Tutino, in programma dal 18 al 21 settembre a Pieve Santo Stefano (Ar). Tra le otto storie selezionate dalla commissione pure quella del ferrarese Giancarlo Chailly che nel suo diario (datato 1941-’47) racconta gli anni della Seconda Guerra Mondiale.

Chailly nasce a Ferrara nel 1921 da famiglia benestante e fascista. Studia ingegneria a Bologna e nonostante sia stato giudicato non idoneo al servizio militare per problemi cardiaci, nel maggio ’41 riesce a partire volontario con l’artiglieria contraerea e partecipa alla guerra. Svolge alcuni mesi di addestramento nel Nord Italia ma deve aspettare il dicembre ’42, quando viene mandato in Sicilia, per esaudire il desiderio di cimentarsi in operazioni belliche. “È arrivato l’ordine di tenersi pronti per partire dalle ore 0 del giorno 23. Destinazione: Castelvetrano, Sicilia. C’è laggiu uno degli aereoporti più importanti per le nostre azioni in Africa Settentrionale. Vedrò i miei prima di partire? Perché laggiù c’è la guerra”.

L’isola è sotto la minaccia delle truppe alleate e la tensione cresce di giorno in giorno: “Mi piacerebbe poter riabbracciare i miei prima di cominciare la lotta vera che sembra qui incominci adesso perché la Libia è oramai perduta”.

Eccola, la guerra: “Gli Inglesi hanno picchiato forte. Io ho sempre sfiorato le offese nemiche senza esser preso. Iddio mi protegge. Ieri sera giunto a Palermo, suona l’allarme, panico della folla; infatti poche ore prima un bombardamento molto forte con bombe ad aria liquida aveva provocato un centinaio di morti e quasi trecento feriti e molti danni”.

Sempre più vicina: “Uno sbarco qui e quello che a tutti sembra piu facile. Per la mia Batteria. vorrebbe dire sacrificarsi perché siamo troppo vicini alla costa; e 80 uomini con 4 cannoni, due mitragliatrici e 25 fucili, non potrebbero mai competere con un eventuale corpo di spedizione nemico”.

Nel luglio ’43 Giancarlo viene fatto prigioniero dagli americani: “Non abbiamo alzato le mani. Abbiamo consegnate le rivoltelle. Siamo riusciti a tenere gli orologi. Prima notte vicino a Selinunte, a terra all’aria aperta. Il 22 ci portano a Sciacca, in un cortile aperto, ove dormiamo. I viaggi si fanno ammucchiati in camion. Lo stomaco non ne può più di scatolame [.... Si dorme nel cortile ed il 23 ci portano vicino ad Agrigento in un campo infame ove abbiamo patite le piu grandi sofferenze, sete, fame e disagi massimi”.

Il diario si interrompe tra il giugno e il luglio ’43, perché gli viene sottratto dagli Americani, ma Giancarlo colma questa lacuna con informazioni retrospettive e riprende a scrivere con regolarita i fatti. A partire dall’armistizio, di cui lascia nota il 2 settembre: “Ore 9.30. Ci annunziano ufficialmente che è stato firmato l’armistizio. Abbiamo perso la guerra. Ci hanno sbarcati dal transatlantico diretto in America. L’Italia è caduta senza condizioni. Badoglio ha fatto un proclama ove dice di opporsi a tutti quelli che possono opporsi agli Anglo-Americani. E la guerra può svilupparsi in tutte le nostre regioni. Ho voglia di piangere. Cosa ne é dei miei? Ho il desiderio di tornare e ne ho paura”.

Prigioniero in Africa Settentrionale, rimpatriato e ricoverato in un ospedale di Napoli, Giancarlo rivedrà la famiglia, a Milano, nel maggio ’45.

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